Tempo fa lessi in un libro dell’antropologo francese Marc Augé – intitolato “Per strada e fuori rotta” – la frase «aristocrazia planetaria del sapere». Con tale espressione lo scrittore intendeva riferirsi al fenomeno di diffusione, nel medio termine, non di una democrazia diffusa su tutta la terra ma un’oligarchia della conoscenza, del potere e della ricchezza, contrapposta a una massa di semplici consumatori e a una massa, ancora più estesa, di esclusi sia dal sapere sia dal consumo.

Questa premessa penso che da sola basti a spiegare la disputa – inopportuna visti i tempi che stiamo vivendo – tra Milano e Napoli o, se preferite, tra Massimo Galli (direttore del reparto Malattie Infettive dell’ospedale «Sacco» di Milano) e Paolo Ascierto (oncologo e ricercatore del «Pascale» di Napoli) in merito al farmaco anti-artrite adoperato in via sperimentale per fronteggiare l’emergenza Coronavirus.



Diciamo la verità, ne abbiamo sentito di ogni: dirette televisive, litigi, articoli e interviste al vetriolo. Il punto nodale della questione non è schierarsi. Tifare per l’uno o per l’altro. Perché, come qualcuno assennatamente ha ricordato, di mezzo c’è la salute delle persone. E su questa cosa attenzione a strumentalizzare qualsiasi tipo di messaggio.

Tuttavia, me lo consentirete, c’è qualcosa in questa storia che non mi quadra. Provo a spiegarvelo, in tutta semplicità. Naturalmente bypasso l’aspetto medico, nel merito del quale non entro non avendone le capacità.

Mi chiedo, però, da operatore della comunicazione, come sia possibile che una sperimentazione medico-farmaceutica nata a Napoli, studiata a Napoli, portata avanti da medici ed equipe napoletani, peraltro apprezzata e riconosciuta dallo stesso personale medico-sanitario cinese (paese che per primo ha dovuto affrontare da focolaio primo questa emergenza), sia così visibilmente trascurata? È un po’ come un brevetto. Ve lo immaginate voi Alexander Fleming, padre della penicillina, andarsene in giro a destra e manca per vedersi riconosciuti i propri studi e le proprie scoperte che nessuno vuole attribuirgli?

Qualcosa non torna. E questo qualcosa, a mio modesto avviso, si può trovare proprio nelle parole di Marc Augé. Nella diffusione sfacciata e insopportabile di questa oligarchia della conoscenza, secondo la quale si dà peso, rilevanza e risalto solo e soltanto alle scoperte e alle eccellenze che vengono da una certa parte del mondo scientifico-accademico.

Qualcuno potrebbe leggere vittimismo in queste parole. Me li immagino già gli snob dire cose più o meno di questo tipo: «Eh voi meridionali… sempre i soliti, eh? Sempre a lamentarvi!».

Il fatto è che qui non si lamenta nessuno. Il fatto vero è che nelle Scienze – e dunque anche in Medicina – non dovrebbe esistere democrazia, tantomeno i pareri. Esistono le evidenze e i meriti. Stop. E se a Napoli – grazie allo staff del dottor Ascierto – si sta portando avanti con merito un’iniziativa che permetterà di sconfiggere il Covid-19, questo va detto e sottoscritto.

O, con un pizzico di maliziosità, dovremmo pensare che i «centri del sapere», quelli dove si tramanda il principio di autorità inattaccabile dall’esterno, non tollerino che qualcosa di buono, di giusto e di utile possa essere fatto anche al Sud? In mezzo a strutture terremotate, senza un soldo di ricerca e in una situazione da medioevo?

In ultima analisi, cosa dà fastidio di più alla comunicazione nazionale? Cosa si sta facendo veramente pagare a Napoli? Forse il torto di aver voluto sfidare l’aristocrazia planetaria del sapere di cui parla Augé? Di aver voluto ridurre, in nome della salute pubblica, la forbice oligarchica che gravita intorno al mondo della medicina nostrana?


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