Il Coronavirus non conosce frontiere, ma la sanità americana si. Malati gravi e disabili potrebbero essere esclusi dalle cure previste per i contagiati da Covid-19. Molti Stati americani stanno infatti stilando linee guida shock per gli operatori del comparto sanitario.

Mentre in Europa si rincorrono i numeri e tutti i paesi seguono a ruota le procedure di contenimento e prevenzione attuate dall’Italia per arginare la pandemia che si sta espandendo nel mondo, in modo esponenziale, gli stati dell’unione hanno assistito ad un incremento spaventoso dei positivi al Covid-19.





I dati continuamente aggiornati rivelano un’accelerazione dei contagi che ha spinto l’Oms a lanciare l’allarme sulla situazione americana, che potrebbe diventare presto il prossimo epicentro dell’epidemia. Le maggiori preoccupazioni arrivano da New York con oltre 30mila casi concentrati e 192 nuovi morti, ma presto l’intera America potrebbe essere travolta. E mentre Trump sminuisce la gravità della situazione, molti stati americani si stanno preparando al peggio, elaborando dei piani, delle linee guida da fornire ai propri medici, delle direttive con indicazioni precise sul come comportarsi in caso di emergenza. Molto più semplicemente si tratta di individuare, in situazioni difficili ed estreme quali debbano essere i soggetti cui dare la precedenza, chi attaccare ad un respiratore e chi no. Washington, New York, Alabama, Tennessee, Utah, Minnesota, Colorado ed Oregon sono solo alcuni degli stati che hanno reso pubblici i loro criteri individuando fra le possibili cause discriminanti, patologie gravi come le malattie polmonari, gli scompensi cardiaci, l’atrofia muscolare e, ciò che ha più sconcertato, la disabilità. In particolare, lo stato dell’Alabama ha sostenuto nel suo documento redatto col il titolo Scarce Resourse Management (gestione delle scarse risorse) che i “disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione”, mentre Washington, ha fatto leva su frasi che descrivevano capacità cognitiva ed il Maryland e la Pennsylvania hanno indicato come soggetti deboli coloro che sono affetti da “disturbo neurologico grave”.





Considerazioni che hanno suscitato l’immediata reazione di importanti associazioni impegnate nella difesa dei diritti dei portatori di handicap (quali Disability Rights Washington, Self-Advocates in Leadership, The Arc of the United States) , che si sono adoperate per impedire che questi criteri vengano validati. Molte altre associazioni si sono unite all’indignazione facendo appello al governo federale affinché imponga il criterio secondo il quale tutti hanno diritto ad essere curati.

«Le persone affette da disabilità sono terrorizzate che se le risorse si fanno scarse, verranno inviati in fondo alla fila – sostiene Ari Ne’eman, docente al Lurie Institute for Disability Policy dell’Università Brandeis – E hanno ragione, perché molti Stati lo affermano in modo abbastanza esplicito nei loro criteri».




Ciò che sconvolge e fa paura è poi quella tacita regola presente in quasi tutti i documenti di gestione delle risorse, che prevede venga chiesto ai pazienti se in caso di scarsità di strumenti salvavita, vogliono avervi accesso o lasciare il posto a chi potrebbe avere più probabilità di sopravvivenza, vale a dire maggiore valore per la società. Una domanda dinanzi alla quale nessuno dovrebbe trovarsi mai, un criterio che non salvaguardia per nulla i soggetti più deboli e fragili.

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