È questa la folle storia dell’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia

Ieri anche noi abbiamo scritto. Ma per raccontare la storia di un fallimento annunciato solo la voce, anzi, le parole di chi questo lento e pericoloso declino lo sta vivendo da vicino, “in prima linea”.

E allora vi proponiamo questa “favola”, così è stata definita da chi ci ha contattato, da chi ce l’ha raccontata. Uno di quegli eroi che ancora in queste ore, mentre scriviamo, è in quella famosa prima linea, che non è fatta da eroi, ma da persone concrete che stanno facendo di tutto, con professionalità e coscienza, per proteggerci tutti, nonostante le armi spuntate messe loro a disposizione, rischiando la propria vita.




La favola dell’Ospedale perduto

(al direttore lupo e ai suoi fedeli agnelli)

Eccoci alla terza settimana di quarantena. Storia di un mercoledì di ordinaria reclusione, per tutti ma non per un operatore sanitario qualsiasi.

Sono le 11 del mattino. Da un po’ di tempo i nostri sogni sono agitati; sempre se si riesce a dormire. Immaginate che il vostro sonno già discontinuo, dopo una notte passata a lavoro, sia improvvisamente interrotto dal suono del vostro cellulare. Il telefono suona. È l’ospedale: mezzi assonnati con aria imbronciata vi recate in bagno, vi vestite alla meglio e vi preparate, per l’ennesima volta, a ricevere un tampone che vi arriva al cervello. Per cosa poi…?

In questa storia, credo si possano riconoscere i molti colleghi impegnati nella lotta al Coronavirus in tutti gli ospedali Campani.

Mettiamo che dei professionisti sanitari qualsiasi, pochi giorni prima dell’inizio della quarantena vengano improvvisamente convocati nella stanza del coordinatore infermieristico e del primario di un Pronto Soccorso qualsiasi e arruolati senza alcuna considerazione delle ideologie personali e dei dogmi caratteriali in questa guerra, con la promessa di ricevere munizioni, armi e provviste, ma consapevolmente destinati al fallimento.

“Capitano, per fare determinate cose, abbiamo bisogno di strutture idonee e a norma. Non le abbiamo.

Ci servirebbero dei protocolli, una formazione adeguata ad affrontare una tipologia di pazienti a cui non siamo abituati, infettivi, di cui sappiamo poco e niente. Quel poco che sappiamo ci spaventa.

Sappiamo che questi pazienti, oltre ad essere infettivi e a dover osservare delle distanze specifiche per evitare cross-over e sovrainfezioni, sono ad alto rischio respiratorio e precipitano improvvisamente, abbiamo bisogno di monitor, respiratori, stanze per l’isolamento. Non abbiamo mai gestito nulla del genere. Abbiamo bisogno di essere formati per questo. Sappiamo che per la nostra incolumità e quella della nostra famiglia abbiamo bisogno di essere dotati di dispositivi di protezione individuale (DPI), altrimenti potremmo, oltre che ammalarci, essere veicolo di questo maledetto virus. Abbiamo bisogno di più personale

Stiamo pensando a delle strategie organizzative che saranno attuate a breve e terremo conto di ciò che ci è stato riferito”. Facendo orecchie da mercante.




Le premesse sono state ottime in verità

Il personale richiesto è arrivato (fresco ed inesperto) dallo scorrimento delle graduatorie attive.

In due o tre giorni il Pronto Soccorso è stato sdoppiato: percorso “pulito” dedicato ai pazienti che ivi si recano per altre problematiche, e percorso “Covid sporco”, dove teoricamente dovevano essere accolti solo pazienti con criteri di sospetta infezione, che una volta praticato il tampone sarebbero stati destinati ad altro ospedale. La morfologia della struttura è stata completamente cambiata: ex cucine, depositi, spogliatoi, adibiti a stanze di degenza e stanze per vestizione e svestizione personale.

Applausi. Benissimo. Bellissimo. Encomiabile

Errore n°1:  essere l’unico pronto soccorso aperto nel raggio di 35 km considerando l’altissima densità di popolazione dei nostri comuni. n.b. Pronto soccorso covid non centro covid.

Errore n°2:  mettere la stanza di coordinatore e responsabile Pronto Soccorso nel percorso sporco.

Errore n°3: non dotare il personale dei dpi adeguati e a norma per la vestizione del personale addetto al percorso sporco, stabilire che il personale addetto al percorso “pulito” potesse essere dotato di semplici mascherine chirurgiche non filtranti.

Per i profani bisogna specificare che esistono diversi tipi di mascherine:

  1. chirurgiche: hanno lo scopo di evitare che chi le indossa contamini l’ambiente, in quanto limitano la trasmissione di agenti infettivi e ricadono nell’ambito dei dispositivi medici di cui al D.Lgs. 24 febbraio 1997, n.46 e s.m.i.. Sono utilizzate in ambiente ospedaliero e in luoghi ove si presti assistenza a pazienti.
  2. I facciali filtranti(mascherine FFP2 e FFP3): sono utilizzati in ambiente ospedaliero e assistenziale per proteggere l’utilizzatore da agenti esterni (anche da trasmissione di infezioni da goccioline e aerosol), sono certificati ai sensi di quanto previsto dal D.Lgs. 24 febbraio 1997, n.46 e s.m.i. Il filtro delle FFP2 cattura circa il 94% delle particelle presenti nell’aria (particelle fino 0,6 nanometri) mentre le FFP3 il 99% delle particelle.

L’unico filtrante adeguato in caso di manovre invasive quindi è quello FFP3, di cui, essendo le forniture diventate varie e di fortuna, ben pochi hanno beneficiato. Siamo soliti utilizzare l’FFP2, dispositivi inadeguati in caso di manovre invasive, secondo la normativa ministeriale.

Non ci sono pervenuti camici idrorepellenti idonei, forse per il piacere di farci sentire la brezza sulla pelle? I calzari vari e non idonei, i guanti lunghi un miraggio, i paraschizzi paragonabili all’oro.




Essere in guerra senza avere le armi, solo Mussolini in Russia, fece peggio

Ci siamo ridotti ad un lavoro sostenuto dalla solidarietà e dalle donazioni del privato cittadino (che comunque se passano per la direzione arrivano decurtate in reparto), mentre dei fondi che sarebbero dovuti essere stanziati per la dotazione dei suddetti dpi, giacevano nelle casse della direzione sanitaria. Che ricco tesoretto!

I più coraggiosi di noi si sono allontanati dalle proprie famiglie, potendo. Mentre i più furbi si sono dati caduti prima di esserlo realmente.

La disfatta

Ci siamo ritrovati ad assistere i pazienti infetti posizionati a meno di un metro di distanza da quelli sospetti, quindi potenzialmente sani con gli stessi dpi veicolando germi da uno all’altro, percorsi non definiti per cui pazienti ad alto rischio di infezione vengono posizionati vicino a quelli sospetti ma a basso rischio creando cosi un orgia sfrenata e festini Covid autorizzati. Per non parlare poi del fatto che questi poveri pazienti che, non ricevendo un trattamento adeguato (non ci è stato fornito nessun protocollo assistenziale né proprio, né farmacologico dall’azienda) o peggioravano fino ad essere intubati, o addirittura sono deceduti, attendendo il risultato di tamponi pervenuti dopo giorni e giorni (da 4 a salire).

Li messi a stagionare e a morire di paura. Oppure ad infettarsi.



Per non parlare del fatto che i ventilatori a disposizione (circa 3) sono insufficienti in rapporto alla densità di popolazione che ci troviamo ad affrontare. Le postazioni monitorizzate e con l’ossigeno sono insufficienti. Ci si trova a scegliere chi far sopravvivere.

L’unica cosa per cui si spendono soldi sono le tende posizionate fuori al Pronto Soccorso, inizialmente adibite all’accoglienza dei sospetti ed abbandonate a se stesse. Ci costano 1500 euro al giorno.

Ci siamo battuti per i nostri diritti e quelli dei pazienti, ci siamo coalizzati. I sindacati hanno iniziato a farsi sentire in maniera pesante. Il direttore sanitario è dormiente.

Nel frattempo il percorso pulito è un po’ abbandonato a se stesso

Tutte quelle poche risorse strumentali che abbiamo sono impegnate nell’area Covid. I pazienti in Pronto Soccorso continuano ad arrivare anche da comuni dove ci sono grossi focolai. Spesso la gente mente, nega i sintomi. Il cosiddetto percorso pulito continua ad infettarsi, poiché a seguito di indagini strumentali, questi ultimi risultano sospetti, iniziano a ricordarsi che hanno avuto febbre nei giorni precedenti.

Nel frattempo i pazienti i cui tamponi sono risultati negativi vengono o inviati nel percorso pulito o spediti nei reparti (quelli che hanno bisogno di assistenza). Il tutto trascurando il piccolo dettaglio,  che sono stati a stretto contatto con i pazienti risultati positivi e che, quindi hanno un alta probabilità di contrarre il virus. Dovrebbero comunque rispettare delle misure di quarantena, misure che vengono allegramente ignorate e prese sottogamba.

Necessitiamo della barella per il biocontenimento per lo spostamento di questi pazienti. Non l’abbiamo.

Tutto questo è continuamente segnalato. Orecchie da mercante.

Siamo continuamente a bloccare il servizio di pronto soccorso ordinario e a sanificare.

Circa 10 giorni fa nel reparto di ginecologia si presentò una situazione anomala: il reparto di ginecologia fa partorire una paziente che in seguito risulta positiva al virus.

Si indaga ma non arrivano risposte. Silenziosamente il virus inizia ad agire tra il personale sanitario.

Ad oggi 4 medici tra pronto soccorso e MECAU risultano positivi e sintomatici. Circa 10 infermieri della medicina d’urgenza risultano positivi.

Sono stati effettuati tamponi a tappeto a tutto il personale sanitario, dopo le segnalazioni degli innumerevoli contatti non protetti che ognuno di noi ha avuto con pazienti infetti. Siamo in attesa.




Nel frattempo i vertici Aziendali e il Sindaco chiedono risposte, si minacciano denunce alla Procura della Repubblica.

Ma intanto, noi, continuiamo ad essere untori più o meno inconsapevoli. Noi che dovremmo garantire il costituzionale diritto alla salute.

Ecco come un luogo di cure può trasformarsi in un focolaio di infezione.



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Il settimanale “Il Gazzettino vesuviano” fondato nel 1971 da Pasquale Cirillo, si interessa delle tematiche legate al territorio vesuviano; dalla politica locale e regionale, a quella cultura che fonda le proprie radici nelle tradizioni ed è alla base delle tante realtà che operano sul territorio.