In attesa di un vaccino efficace, per il quale si sono moltiplicati gli studi di ricercatori e sceiniati di tutto il mondo e si tentano le prime sperimentazioni, non si fermano le ricerche parallele che tendono a meglio conoscere tutti gli aspetti del Coronavirus. Fra questi particolare attenzione è stata riservata dalla comunità scientifica alla possibile relazione esistente tra virus e inquinamento atmosferico. Si cerca di comprendere se determinate condizioni ambientali possano o meno influire sulla propagazione del virus, per poter contrastare in tempi brevi e in modo più efficiente il manifestarsi di nuovi focolai nei prossimi mesi.




L’incidenza delle polveri ambientali sui decessi per patologie polmonari, cardiovascolari e cerebrali dovute all’inquinamento è già stata stimata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Adesso arriva la conferma da uno studio effettuato dalla Società di medicina Ambientale in collaborazione con le università di Trieste, Bari, Bologna e l’Ateneo di Napoli Federico II. La ricerca ha evidenziato il ritrovamento del Coronavirus Sars-CoV-2 sul particolato ambientale.

Appena un mese fa era stato pubblicato un Position Paper sulla “Valutazione della potenziale relazione tra inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione dell’epidemia da Covid-19” che riportava “Riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (es. PM10 e PM2,5) (1, 2). Nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico”.



“L’aria è piena di polveri come ben sappiamo dai valori delle centraline dell’ARPA e i limiti di legge sono ripetutamente superati anche molto abbondantemente”, ha dichiarato la dottoressa Antonietta Gatti fisica italiana, tra i maggiori esperti di tossicità delle nanoparticelle a livello internazionale. “Quelle controllate – ha continuato la scienziata italiana – sono polveri di dimensione 10-2,5 micron, ma ci sono anche polveri ben sotto il micron: Polveri che hanno dimensioni comparabili con quelle di un virus. Una interazione non è solo possibile, ma è probabile. La creazione di un’entità organica-inorganica, una volta nel corpo umano, non è facilmente debellabile. Questa interazione può capitare anche dentro gli alveoli già pieni di polveri. Su questi substrati il virus può replicarsi facilmente”.
“Questa prima prova – dichiara il professor Alessandro Miani, presidente della Sima – apre la possibilità di testare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città nei prossimi mesi come indicatore per rilevare precocemente la ricomparsa del coronavirus e adottare adeguate misure preventive prima dell’inizio di una nuova epidemia”.

“Questa prima parte della ricerca mirava espressamente a cercare la presenza dell’RNA del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico. Le prime evidenze relative alla presenza del coronavirus sul particolato provengono da analisi eseguite su 34 campioni di PM10 in aria ambiente di siti industriali della provincia di Bergamo, raccolti con due diversi campionatori d’aria per un periodo continuativo di 3 settimane, dal 21 febbraio al 13 marzo”, spiega Leonardo Setti, coordinatore del gruppo di ricerca scientifica insieme a Gianluigi De Gennaro e a Miani.



“I campioni sono stati analizzati dall’Università di Trieste in collaborazione con i laboratori dell’azienda ospedaliera Giuliano Isontina, che hanno verificato la presenza del virus in almeno 8 delle 22 giornate prese in esame. I risultati positivi sono stati confermati su 12 diversi campioni per tutti e tre i marcatori molecolari, vale a dire il gene E, il gene N ed il gene RdRP, quest’ultimo altamente specifico per la presenza dell’RNA virale SARS-CoV-2 . Possiamo confermare di aver ragionevolmente dimostrato la presenza di RNA virale del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico rilevando la presenza di geni altamente specifici, utilizzati come marcatori molecolari del virus, in due analisi genetiche parallele”4, precisa Setti.

“Questa è la prima prova che l’RNA del SARS-CoV-2 può essere presente sul particolato in aria ambiente, suggerendo così che, in condizioni di stabilità atmosferica e alte concentrazioni di PM, le micro-goccioline infettate contenenti il coronavirus SARS-CoV-2 possano stabilizzarsi sulle particelle per creare dei cluster col particolato, aumentando la persistenza del virus nell’atmosfera come già ipotizzato sulla base di recenti ricerche internazionali. L’individuazione del virus sulle polveri potrebbe essere anche un buon marker per verificarne la diffusione negli ambienti indoor come ospedali, uffici e locali aperti al pubblico. Le ricerche hanno ormai chiarito che le goccioline di saliva potenzialmente infette possono raggiungere distanze anche di 7 o 10 metri, imponendoci quindi di utilizzare per precauzione le mascherine facciali in tutti gli ambienti”- aggiunge De Gennaro.



Gli studi andranno approfonditi e confermati,anche perché non si spiega al momento perché la stessa incidenza rilevata nella zona della Pianura Padana non si riscontri in altre città anche straniere dove lo smog riveste un ruolo determinante. “Siamo in stretto contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e con la Commissione Europea per condividere i risultati delle nostre analisi – ha aggiunto ancora Miani – Sono in corso ulteriori studi di conferma di queste prime prove sulla possibilità di considerare il PM come ‘carrier’ di nuclei contenenti goccioline virali, ricerche che dovranno spingersi fino a valutare la vitalità e soprattutto la virulenza del SARS-CoV-2 adesso al particolato.” Intanto – sottolinea ancora Miani – la presenza del virus sulle polveri atmosferiche è una preziosa informazione in vista dell’imminente riapertura delle attività sociali, che conferma l’importanza di un utilizzo generalizzato delle mascherine da parte di tutta la popolazione. Se tutti indossiamo le mascherine, la distanza inter-personale di 2 metri è da considerarsi ragionevolmente protettiva permettendo così alle persone di riprendere una vita sociale”.

Con l’approssimarsi della fatidica Fase2, che partirà nelle prossime settimane, le indicazioni desunte da questi studi dovranno essere tenute, quindi, in grande considerazione. Come ripetuto da settimane, ogni passo andrà fatto con le dovute precauzioni, in tempi diversi e distanziati fra loro. E’ d’obbligo affrontare con intelligenza ed estrema attenzione questo passaggio delicatissimo che porterà il paese da un periodo di forti restrizioni in cui tutto si è fermato e di conseguenza anche l’inquinamento atmosferico è rallentato, alla riapertura di molte attività nel tentativo di un ritorno ad un parvenza di “normalità”.

Mimmo Lucci

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