In questo terzo incontro della rubrica che ci vede impegnati, nell’ottica di un parallelismo solo apparente, sonderemo due figure artistiche italiane, Umberto Boccioni e Mario Schifano, che hanno regalato al mondo dell’arte moderna e contemporanea una spinta propulsiva di cui ancora oggi si sente l’influsso.

Umberto Boccioni

Nato nel 1882 a Reggio Calabria termina i suoi giorni a Verona nel 1916 dopo una banale caduta da cavallo.

Nell’opera sia scultorea che pittorica di Boccioni si riesce a percepire il tempo che corre, l’energia, il movimento, lo spazio che fluttua, una continua tensione e i semi dell’astrazione.

Umberto Boccioni è stato un esponente di spicco della corrente artistica del Futurismo all’inizio del novecento.

Pittore e scultore che con la sua idea di rappresentare visivamente il movimento e con la sua ricerca sui rapporti tra oggetto e spazio ha influenzato fortemente le sorti della pittura e della scultura di tutto il XX secolo.

A Catania, dove si era trasferita la famiglia, Boccioni frequentò l’istituto tecnico fino ad ottenere il diploma. Collaborò con alcuni giornali locali e scrisse anche il suo primo romanzo: Pene dell’anima che reca la data 6 luglio 1900.

Nel 1901 si trasferisce a Roma dove il padre usciere di prefettura era stato di nuovo trasferito. Qui frequenta lo studio di un cartellonista, dove apprende i primi rudimenti della pittura. In questo periodo conosce Severino, Balla, Sironi con i quali stringerà una duratura amicizia.

In quell’anno Boccioni dipinge la sua prima opera Campagna Romana o Meriggio.
Viaggia molto tra Parigi, Mosca, Monaco, Venezia, dove frequenta l’istituto di belle arti, e Milano.

Al ritorno disegna, dipinge attivamente, pur restando inappagato perché sente i limiti della cultura italiana che reputa ancora essenzialmente “cultura di provincia”.
Nel frattempo affronta le prime esperienze nel campo dell’incisione.

A Milano insieme a Filippo Tommaso Marinetti, Severini, Russolo, Balla, Carra’ scrive il Manifesto dei pittori futuristi nel 1910 e il Manifesto tecnico del movimento futurista nel 1912 : “obiettivo dell’artista moderno doveva essere, secondo gli estensori, quello di liberarsi dai modelli e dalle tradizioni figurative del passato, per volgersi risolutamente al mondo contemporaneo, dinamico, vivace, in continua evoluzione”.

Quali soggetti della rappresentazione si proponevano dunque la città, le macchine, la caotica realtà quotidiana. Nelle sue opere, Boccioni seppe esprimere magistralmente il movimento delle forme e la concretezza della materia.

Benché influenzato dal cubismo, ne rimproverò l’eccessiva staticità. Infatti, Boccioni evitò nei suoi dipinti le linee rette e adoperò colori complementari. Simile intento governa del resto anche le sue sculture per le quali spesso l’artista trascurò i materiali nobili come marmo e bronzo in favore del legno, del ferro, del vetro.

Ciò che gli interessava era illustrare l’interazione di un oggetto in movimento con lo spazio circostante. Pochissime sue sculture sono, purtroppo, sopravvissute.

A lui si devono, anche, due testi fondamentali per la comprensione dell’arte futurista: Pittura Scultura Futuriste e Dinamismo Plastico. Entrambe pubblicate nel 1914.

Artista, quindi, che va collocato si nell’alveo dell’arte moderna, ma solo per ragioni anagrafiche. Per il pensiero e l’opera è un artista, aggiungo, che va anche oltre il contemporaneo e il postmoderno.

I due termini non sono utilizzati a caso, basta leggere alcuni passi tratti dal suo “Manifesto tecnico della scultura futurista”: “Non vi può essere rinnovamento alcuno in un’arte se non ne viene rinnovata l’essenza, cioè la visione e la concezione della linea e delle masse che formano l’arabesco. Non è solo riproducendo gli aspetti esteriori della vita contemporanea che l’arte diventa espressione del proprio tempo,….”

“… In scultura come in pittura non si può rinnovare se non cercando lo stile del movimento,….”

“….E questa sistematizzazione delle vibrazioni delle luci e delle compenetrazioni dei piani produrrà la scultura futurista,….”

“….Una composizione scultoria futurista avrà in sé meravigliosi elementi matematici e geometrici che compongono gli oggetti del nostro tempo….”

“Non v’è né pittura, né scultura, né musica, né poesia, non v’è che creazione!
Quindi se una composizione sente il bisogno d’un ritmo speciale di movimento che aiuti o contrasti il ritmo fermato dell’insieme scultorio (necessità dell’opera d’arte) si potrà applicarvi un qualsiasi congegno che possa dare un movimento ritmico adeguato a dei piani o a delle linee”.

“L’aprirsi e il richiudersi di una valvola crea un ritmo altrettanto bello ma infinitamente più nuovo di quello d’una palpebra animale! “

“Noi dobbiamo partire dal nucleo centrale dell’oggetto che si vuol creare, per scoprire le nuove leggi, cioè le nuove forme che lo legano invisibilmente ma matematicamente all’infinito plastico apparente e all’infinito plastico interiore”.

“Un insieme scultorio, come un quadro, non può assomigliare che a sé stesso, poiché la figura e le cose devono vivere in arte al di fuori della logica fisionomica”.

“La nostra linea retta sarà viva e palpitante; si presterà a tutte le necessità delle infinite espressioni della materia, e la sua nuda severità fondamentale sarà il simbolo dalla severità di acciaio delle linee del macchinario moderno”.

Orbene, è chiaro che quando Boccioni redige il Manifesto siamo all’inizio dell’era tecnologica ma calza evidentemente all’oggi nella dinamicità del pensiero artistico aperto e atemporale.
Insomma, è evidente che Umberto Boccioni vedeva, nel mondo dell’arte in se’, già allora quello che ancora oggi e in molti non vediamo.

Mario Schifano

Mario Schifano nacque a Homs in Libia nel 1934 ma visse prevalentemente a Roma dove finì nel 1998.
Amato o odiato, artista maledetto e controverso, capolavoro o sgorbio è il dilemma che affligge per molti l’opera di Schifano.

Una cosa è certa, nonostante il talento e la facilità della sua pennellata “succulenta” Schifano si è sempre ribellato alla concezione della pittura come intrattenimento estetico.

Personalità irrequieta, lasciò presto la scuola, lavorando in un primo momento come commesso, per poi seguire le orme del padre che lavorava al museo etrusco di Villa Giulia come archeologo e restauratore.

Grazie a questa esperienza si avvicinò all’arte.

“Creerò una chimera. Una chimera autentica, come la fantasticavano gli Etruschi: un animale impossibile, fatto da dieci bestie diverse, metafora della superiorità della fantasia sulla realtà. Una chimera non si può raccontare, ma si può dipingere. Ed è quello che farò, sotto gli occhi del pubblico arrivato per assistere all’inaugurazione delle otto mostre celebrative dell’anno degli Etruschi, la sera del 16 maggio in piazza SS. Annunziata, a Firenze”.

Così, sulle pagine di Panorama, Mario Schifano annunciava la sua performance che, in una notte del 1985, diede vita a una delle opere più imponenti e rappresentative della sua incontenibile energia creativa. Il quadro, intitolato “La Chimera”, appunto, grande dieci metri per quattro, formato da dieci tele accostate.

All’inizio ci fu un gran casino con contestazioni, fischi, si parla anche di lanci di monetine. Poi lo stupore. E il silenzio.

“Quando finalmente alzarono le tele per far colare lo smalto la gente ammutolì, i fischi cessarono. Ci fu un’esternazione di meraviglia. Davanti ai nostri occhi aveva preso vita un paesaggio con la linea dell’orizzonte molto bassa. Dal terreno le sagome grondanti delle chimere partivano in volo verso il blu profondo del cielo, capovolgendosi e volteggiando nell’aria verso il bianco accecante della luce al lato opposto, a dissolversi come sogni al mattino. Non si sentiva volare una mosca. Lo guardavo e pensavo che c’era riuscito, aveva realizzato un’opera emozionante come la sua esecuzione,…” (testimonianza della Monica De Bei)

L’informale e la Pop Art sono le sue etichette stilistiche.

Per i critici e storici dell’arte Mario Schifano, Tanò Festa e Franco Angeli rappresentano la Pop Art italiana.
In realtà si interessò anche di cinema come regista e sceneggiatore nonché di fotografia.
La cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo in quegli anni ‘60 e ‘70, frequentata anche da Pasolini, Fellini, Moravia, era un alveo dove si consumava un continuo confronto e scambio culturale.
Fu tra i primi ad usare il computer per creare opere e riuscì a elaborare immagini dal computer e riportarle su tele emulsionate (tele computerizzate).

Nel campo dell’Arte è caratterizzato da un incessante mutamento stilistico.
L’attenzione per i nuovi mezzi espressivi messi a disposizione dal progresso ed il mantenimento della sua matrice originaria, che riadattò continuamente nell’evoluzione della sua ricerca, lo condusse verso nuove forme del linguaggio artistico che ancora oggi costituiscono un prezioso lascito.

Concluderei con i suoi paesaggi anemici, i cieli e i suoi fiori e soprattutto con quanto scriveva Giovanni Testori nel 1983:
«La velocità, rapinosa e autorale, ardente e felice come il respiro d’un neonato e sospesa, insieme, sull’eterno come il respiro d’un morente: la velocità, dicevo, con cui su queste tele il colore corre, fruga, s’esalta in immagini, si glorifica, si frantuma, cola in lunghissime feste, lagrime e bave, non ha oggi, paragone alcuno.
V’è qualcosa, per l’appunto, dell’ultimo Monet, ma come ingagliardito da un viraggio glorioso, da un’inattesa, mattinale vittoria; qualcosa v’è, anche, d’un Matisse, ma come gettato tutto sulle carezze, sulle voci, sui brividi, sull’albe e sui respiri dell’aperto…

Sono opere, non di fuga dalla pur terribile, cieca ed egoistica mediocrità meccanica del presente, ma che, del presente, formano un’alternativa lucida e piena, oltre che una sfida; nel nome dell’uomo, della sua breve eppur infinita levità e, ripetiamolo, dell’infinita levità e bellezza di tutta e intera la creazione».

Insomma, Mario Schifano nelle sue opere sembra interrompere i legami con la vita che sente anemica, precaria e si adopera per rappresentare invece una realtà soggettiva tesa a interagire con la comunità intertemporale dell’arte.

Raffaele Pisacane

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