In questo nostro quarto convegno della rubrica converseremo, in un dialogo intertemporale tra moderno e contemporaneo, dell’Astrattismo percorrendo l’opera di Piet Mondrian, intellettuale e artista raffinato, e quella di Augusto Garau, artista politecnico e scienziato, per citare il titolo di un volume antologico a lui dedicato.

“Attraverso il vedere, l’Arte in generale è un incondizionata possibilità di senso, e l’Arte Astratta lo è nel modo più esteso” (L.P.Finizio).


Ebbene l’astrattismo, sia informale che geometrico, è un linguaggio atemporale che non ha perso la propria natura di libertà nelle forme nei colori e nelle fantasie. Esso persiste ancora oggi nell’ideazione creativa e si distingue nella sua comunicazione estetica tra i molteplici linguaggi contemporanei e postmoderni per lo più fotografico-narrativo-visivi.

“La natura attraverso l’astrazione più che apparire si disvela in modo profondo e pluridimensionale configurandosi in indistinte amplificazioni di luce e materia, segno e colore” (Paul Klee).

Piet Mondrian

Le opere di Mondrian, padre del Neoplasticismo, dell’Arte Nuova, della Nuova Vita, dimostrano una complessità che smentisce la loro apparente semplicità.

Sono in effetti il risultato di una continua ricerca di bellezza, intesa come equilibrio e perfezione formale evoluta stilisticamente, che vuole dettare il passo per una bellezza nella realtà concreta e nella via pratica e quindi per un equilibrio, un ordine nei rapporti sociali, politici ed economici.

Mondrian ha le idee chiare sul punto e lo comunica nel suo libro “L’Arte Nuova, La Nuova Vita”, ed è certo che non ricerca la bellezza ideale e decorativa.


Pieter Cornelis Mondriaan, in arte Piet Mondrian, nasce il 7 marzo del 1872 ad Amersfoort, in Olanda e finisce a New York nel 1944.

Maestro di disegno appena ventenne, nel 1892 si iscrive all’Accademia di Belle Arti ad Amsterdam e qui, sotto l’influsso della pittura francese e del romanticismo olandese, avviene il suo incontro con la pittura, che lo porterà a dipingere quadri “en plein air” dove sono rappresentati per lo più mulini, campi e fiumi.





Gli studi spirituali e filosofici a cui si dedica negli anni successivi hanno un impatto forte sulla sua arte.

“La prima cosa che mutò nella mia pittura fu il colore. Ero giunto a sentire che i colori della natura non possono essere riprodotti sulla tela”

Le diagonali e le linee curve gradatamente si dissolvono nei suoi dipinti e diventano monocromatiche.
Utilizza, inoltre, solo i colori primari nonché il bianco e il nero.

Nel 1919, dopo un breve soggiorno parigino, ritornato in Olanda prenderà forma il Neoplasticismo, lo stile pittorico che lo ha reso famoso in tutto il mondo.

In questo periodo conobbe il pittore van Doesburg, che stava attuando un proprio percorso personale verso l’astrazione artistica.

Con van Doesburg, Mondrian fondò la rivista De Stijl (Lo Stile) un periodico in cui pubblicò i suoi primi saggi che definivano le loro teorie, sintetizzate nel termine Neoplasticismo.
Movimento che inaugura una nuova forma d’arte: astratta, essenziale e geometrica.

Una nuova arte basata sull’astrazione di tutte le forme e di tutti i colori, con lo scopo di fondare un linguaggio universalmente riconosciuto e condiviso, superando così, l’individualità dell’artista.

Queste teorie estetiche, risultato di anni di ricerche anche pratiche (1912-16), vanno oltre le posizioni cubiste dell’epoca ricercando la natura essenziale delle cose, una assoluta razionalità e purezza formale, nell’armonica equivalenza compositiva di colori puri (rosso, azzurro, giallo) e di non-colore (nero, bianco, grigio) e nell’uso esclusivo dell’angolo retto (posizione verticale-orizzontale come posizione di quiete).

Le tesi del movimento esprimono, sul piano figurativo, una continuazione razionaliz­zata del cubismo e, su quello sociale, una lotta radicale all’individualismo.

In tutto ciò si contrapponevano alla pittura tradizionale, che Mondrian definisce morfoplastica.

Lo scopo dell’arte neoplastica era di natura filosofica:
raggiungere, utopisticamente, un equilibrio e un’armonia, non solo nell’arte, ma anche nella società affinché in qualche modo arrivasse a riflettere il mistero e l’ordine dell’universo attraverso un nuovo modo di vedere il materiale e lo spirituale.

Il neoplasticismo copriva oltre al campo della pittura anche quello della scultura (composizioni prismatiche) e dell’architettura (il non-colore corrisponde al vuoto e il colore al pieno).

Con i quadri “a griglia”, quindi, dominati dai colori primari e da linee orizzontali e verticali, Mondrian voleva rappresentare la realtà immutabile delle cose cogliendone il necessario al di là delle apparenze, bandire ogni sentimento ed emozione a favore di un’arte universale oltre la contingenza e  raggiungere così l’essenza della vita stessa, l’altrove.


“L’altrove come invisibile espressivo è l’interiorità incavo di coscienza e transiti sensitivi, quale libera dimensione di forze e strutture formali che ne assestano il puro disegno di immagine nello spazio”(L.P. Finizio)

Dopo essere ritornato a Parigi si trasferì a New York passando qui gli ultimi anni di vita e dove i suoi dipinti diventano più luminosi e il ritmo della musica jazz e del “boogie-woogie” entra nelle sue tele, da cui scompare il nero a favore di linee rosse, gialle e blu, frazionate in piccoli rettangoli.

«Cosa voglio esprimere con la mia opera? Niente di diverso da quello che ogni artista cerca: raggiungere l’armonia tramite l’equilibrio dei rapporti fra linee, colori e superfici. Solo in modo più nitido e più forte».

Lo stile riduttivo, forse già minimalista ante litteram, così spesso imitato, di Mondrian continua ad ispirare i mondi dell’arte, della moda, della pubblicità e del design.
Anche se era un artista elevato Mondrian è considerato il padre del design pubblicitario a causa della diffusione e della continua adozione del suo stile a griglia come struttura di base per il design grafico.

Siamo alle solite ancora una volta siamo al cospetto di un artista che va oltre il suo e il nostro tempo attraverso delle forme, degli spazi, delle linee e dei colori che al di là della loro apparente semplicità costituiscono un linguaggio capace di trasmettere emozioni e messaggi volti a spingere la vita concreta verso un migliore equilibrio e un’armonica posizione di confine.




Augusto Garau

“La bellezza è il mistero della vita, non è negli occhi ma nella mente , nella nostra mente c’è la consapevolezza della perfezione”.

In questo enunciato di Agnes Martin risiede la sintesi del complesso di cognizioni e di principi organicamente elaborati, disposti e trasmessi nelle sue opere da Augusto Garau, artista italiano, teorico del colore e professore.

Ha insegnato, infatti, alla Scuola Politecnica di Design di Milano e al Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Milano.



Uno studioso raffinato e rigoroso, che ha scritto importanti saggi fra cui “Armonie del colore” (1984) e “Dinamiche del colore e della forma” (1997).
Nel 2008 lo storico Giorgio Di Genova ha curato, per le edizioni Bora, un volume antologico intitolato «Augusto Garau, artista politecnico e scienziato».

Nato nel 1923 a Bolzano, finì i suoi giorni a Milano nel 2010.
Si laureò nel 1946 presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove incontrò il suo mentore Attanasio Soldati, che è stato uno dei primi astrattisti italiani e il fondatore, nel 1948, del MAC (Movimento Arte Concreta), un movimento artistico innovativo che ha difeso la pura astrazione geometrica delle forme.

Alle iniziative del MAC parteciparono, oltre a Soldati e al giovane Garau sin dalla prima ora, artisti come Dorazio, Dorfles, Fontana, Munari, Perilli, Sottsass, Veronesi, ed altri.

Ammaliato dalle forti personalità artistiche che vi aderirono e soprattutto dal legame col suo mentore abbracciò lo stile e il linguaggio dell’astrattismo. Tuttavia, dopo la morte di Soldati (1953), lasciò il gruppo e anche, ma solo temporaneamente, l’astrazione.

Garau, comunque, continuò a sperimentare argomenti, stili e tecniche diversi, tra cui rappresentazioni figurative, poesia visiva e ceramica.
Solo verso la fine degli anni ’60, lo stile distintivo di Garau emerse chiaramente.

Forte della lezione dell’astrattismo e volto alla ricerca nel campo della Psicologia della percezione e della Teoria del colore iniziò un percorso del tutto personale e in parte vicino alla teoria della cosiddetta Gestalt (Forma).

È una corrente psicologica che studiava principalmente la percezione delle forme e l’esperienza.
Alla base della psicologia della Gestalt c’è questa frase, pronunciata da uno psicologo tedesco:
“Il tutto è diverso dalla somma delle singole parti”(Kurt Koffka).

Il confronto e lo scambio intellettuale, con lo psicologo percettivo Arnheim e con lo studioso e artista italiano Kanizsa, fondatore dell’Istituto di Psicologia di Trieste, lo arricchirono nella sua ricerca ed evoluzione artistica e culturale, tant’è che si può oggettivamente sostenere che si incamminava ben oltre il MAC.

Garau, infatti, iniziò a dipingere “caratteri ritagliati”, “superfici anomale”, spazi ambigui e forme geometriche modulari che rappresentavano entrambe le ricerche scientifiche sulla percezione e l’espressione di un’estetica davvero originale.

Negli anni seguenti, la costante ricerca di Garau arrivò ad abbracciare l’analisi strutturale del colore.

Numerose patinature come la serie delle “guglie”, nonché il saggio intitolato “Color Harmonies”, pubblicato con una prefazione di Arnheim, riflettono il vivo interesse di Garau per il cromatismo, le trasparenze e le giustapposizioni.




Quando si parla di trasparenza “si indica”, (scrive Osvaldo Da Pos) un aspetto esperenziale del mondo che ci circonda, e [perché essa avvenga] “si devono realizzare alcune condizioni di ordine figurale [la sovrapposizione delle forme] e i colori delle zone interessate devono stare fra loro in precisi rapporti”.

Rilevante per Garau è la teoria della mescolanza dei colori e delle loro interazioni, alla ricerca di quell’accordo che dipende dal bisogno fisico da parte dell’organismo umano di una ricomposizione dell’intero valore spettrale attraverso colori che conducono armonicamente, da una tonalità all’altra, verso l’insieme.

Sull’opera di Garau scrive Meneguzzo:
“è l’organizzazione percettiva della mente che costruisce le figure, a partire da dati disgiunti -: “ambiguità”, “apparenza” e “trasparenza”.

Un artista che è andato ben al di là anche della op art e dell’arte cinetica che mira a provocare principalmente le illusioni ottiche, tipicamente di movimento, attraverso l’accostamento opportuno di particolari soggetti astratti o sfruttando il colore e dando così risalto ai puri valori visivi.

Insomma, un vero artista in continuo fermento, animato da una ricerca e da uno studio incessante per la forma astratta e il colore, elemento primario della percezione visiva, atto a stimolare, attraverso la luce e l’occhio, i centri cerebrali che trasformano le sensazioni cromatiche in elementi terapeutici per l’essere.

Nell’opera astratta di Garau le forme geometriche, i colori, le trasparenze e il loro silenzio diventano, in sintesi, strutture dell’invisibile che oltrepassano il comune vedere dell’opera figurativa.


Nell’oggi in cui vi è una diffusa “passività” nell’esperienza quotidiana del vedere, perché immersi e circondati dall’illusione digitale delle realtà virtuali, l’arte astratta in generale e quella di Garau in particolare, ci “induce”ad una “attiva” immaginazione volta a cogliere e recepire, con intelligenza e sensibilità retinico-pscicologica, quei pensieri e quei messaggi che, pur soggiogati dalle ambiguità, dalle apparenze e dalle trasparenze, conducono verso l’armonico equilibrio dell’insieme, necessario allo spirito individuale e collettivo.

Un Artista silenzioso, forse anche uomo dal carattere forte e riservato, che si è dedicato alla ricerca e all’insegnamento più che al marketing e che per questo, sino ad oggi, non ha ottenuto il riconoscimento dovuto.

Raffaele Pisacane



Share