Il tampone faringeo sembra sia ancora l’unico strumento valido per trovare la positività al Covid-19 (Sars-Cov-2), ma come abbiamo visto molte volte mostra enormi limiti. Lo abbiamo riscontrato ad esempio per i casi positivi di Avellino oppure di Nuoro dove furono messi inutilmente in quarantena oltre 100 medici ed operatori sanitari. Dunque se é l’unico strumento valido per scoprire se si è positivi al Sars-Cov-2 oppure no, bisogna anche chiedersi che supporto possono dare invece i test sierologici, i quali non individuano la presenza del virus ma degli anticorpi.


Ma c’é stato purtroppo riscontro anche per i casi “falsi negativi”, ed in realtà con la malattia già in corso.

Lo scorso mese di aprile infatti, nella relazione conclusiva di uno studio osservazionale condotto dalla clinica otorinolaringoiatrica dell’Ospedale Civile di Brescia, fu osservato che: “il tampone è tutt’altro che infallibile: è stata dimostrata una falsa negatività in più del 30% dei pazienti affetti da Covid-19, evidenza che porta a dover reiterare il tampone per incrementarne l’affidabilità diagnostica e per poter monitorare i soggetti a rischio nel tempo”. Nello studio sono stati sottoposti a tampone più di 500 pazienti ricoverati positivi al Sars-Cov-2, ma di questi più del 30% sono risultati negativi.


Lo studio condotto dall’Ospedale Civile di Brescia però non è il solo che riporta un’attendibilità che non supera il 70%.

Lo studio cinese (autori GH Zhuang ed altri) sugli asintomatici, presentato addirittura a marzo, descrive il potenziale tasso di falsi positivi tra gli “individui infetti asintomatici” venuti in stretto contatto con pazienti COVID-19.

I risultati dello studio parlano chiaro: “Quando il tasso di infezione dei contatti stretti e la sensibilità e la specificità dei risultati riportati sono stati presi come stime puntuali, il valore predittivo positivo dello screening attivo era solo del 19,67%, al contrario, il tasso di falsi positivi dei risultati positivi era dell’80,33% . I risultati dell’analisi di sensibilità probabilistica multivariata hanno supportato i risultati del caso base, con una probabilità del 75% per il tasso di falsi positivi di risultati positivi oltre il 47%”.


Le conclusioni dello studio hanno portato gli scienziati a dire che “negli stretti contatti dei pazienti COVID-19, quasi la metà o anche più degli ‘individui infetti asintomatici’ riportati nello screening del test dell’acido nucleico attivo potrebbero essere falsi positivi”.

Un’altra ricerca del Center for Disease Prevention della Corea, ha rintracciato 790 contatti diretti di 285 persone asintomatiche positive, dei 790 nessuno era positivo ai test.

Anche Giorgio Palù, virologo dell’Università di Padova, sosteneva verso al fine di maggio “che il tampone è un mezzo per fare un prelievo e per questo motivo il buon esito dipende da molte variabili, a partire da chi fa il prelievo e in che modo, la situazione del paziente, dal modo in cui il materiale prelevato con il tampone viene prelevato e congelato, dalla quantità di virus presente. La sensibilità di questa analisi è infatti del 60%, vale a dire che in quattro casi su dieci non si riesce ad avere una diagnosi corretta. E’ un sistema che va corredato ed integrato con la clinica”.


Il Prof. Palù aggiungeva inoltre che l’analisi delle tracce genetiche del virus SarsCoV2 “potrebbero amplificare anche alcuni frammenti del virus”, ma questo non significa che il virus sia in grado di replicarsi, osserva il virologo di Padova.

“Si può avere il Covid e sfuggire ai vari test. Il tampone naso-gola ha due variabili: la prima è quella dell’operatore che lo fa e che potrebbe commettere degli errori, la seconda chi processa il campione raccolto in laboratorio. Consideriamo, per quanto riguarda i campioni, fino al 30% può essere un falso negativo, se poi ci mettiamo gli errori umani ecco che il tampone può essere un falso negativo fino al 50% dei casi”, queste le parole di Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova e componente della task force Covid della Regione Liguria.

Per quanto riguarda la comunità medica degli Stati Uniti, il dottor Chris Smalley, della Norton Healthcare nel Kentucky, si é occupato di diversi pazienti che erano negativi al test, ma venivano poi ricoverati con quadri clinici anche gravi, con sintomi simili alla malattia covid.


Un caso degno di nota é infatti quello della sedicenne francese ‘Julie’, trovata con 2 tamponi negativi, ma poi deceduta.

Anche da qui si evince una chiara non affidabilità dei test oro-faringei attualmente in uso. Infatti un altro studio cinese (si febbraio), portato avanti su ben 1000 pazienti e pubblicato sulla rivista scientifica ‘Radiology’, ha dimostrato come il tampone dava 1 ‘falso negativo’ in circa il 33% dei casi.

Dovremmo allora parlare di affidabilità dei tamponi attraverso prove, che come dice il professore del dipartimento di statistica del CDC (Center for Disease Control) Tom Taylor, non sono state possibili a causa dei tempi.

Taylor infatti sostiene che in condizioni normali, il CDC lavora a prove estese ed importanti per confermare l’affidabilità dei tamponi, che richiedono addirittura 1 anno, quindi il tutto é proceduto nell’assenza di approfonditi percorsi di validazione scientifica dei test. Inoltre essendosi reso impossibile seguire i percorsi canonici, dunque i produttori dei kit e laboratori di tutto il Paese (USA) hanno poi proceduto empiricamente.




Un’altra ricerca, sviluppata dal professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, ha preso in considerazione 133 ricercatori dello stesso istituto e 298 dipendenti della Brembo.

Si sono riscontrati 40 casi di tamponi positivi.

Ma, per quanto riguarda questo studio c’é da considerare un’altro aspetto, di cui non abbiamo parlato fin’ora, ed é il fatto che la ‘positività’ qui non è emersa immediatamente, ma, come spiega il prof. Remuzzi,” solo in seguito a cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, corrispondenti a 35.000-38.000 copie di Rna virale”.

Questo significa che la carica virale é molto bassa e non contagiosa. pertanto sarebbe opportuno che i media cominciassero a smetterla di usare la parola ‘contagio’ per definire un positivo. Il professore ha anche ammonito riguardo quanto appena espresso, perché “commentare ogni giorno quei dati non è necessario, proprio perché non riguardano positività che ricadono nella vita reale”.


Remuzzi parla al Corriere in maniera tecnica specifica anche del rischio contagio: “Sotto le centomila copie di Rna non c’è sostanziale rischio di contagio, secondo un lavoro appena pubblicato da Nature e confermato da diversi altri studi. Quindi, nessuno dei nostri 40 positivi risulterebbe contagioso. Questo significa che il numero dei nuovi casi può riguardare persone che hanno nel tampone così poco Rna da non riuscire neppure a infettare le cellule. A contatto con l’Rna dei veri positivi, quelli di marzo e inizio aprile, le cellule invece morivano in poche ore”.

Andrea Ippolito



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