Lo scorso 23 luglio, avevamo lasciato i lavoratori della Whirlpool a Piazza della Repubblica, dove, dinanzi al consolato statunitense, si era tenuta una manifestazione volta a sensibilizzare l’opinione pubblica – e “i poteri forti” – circa la chiusura prossima dello stabilimento di Napoli.

L’incubo dei dipendenti della multinazionale è iniziato il 31 maggio 2019, quando, di punto in bianco, fu comunicata la chiusura del sito napoletano per mancate risorse economiche.


Più di 400 operai si videro derubati del loro futuro, ed anche ingannati dal colosso aziendale che aveva dato loro possibilità di rivalsa, in una zona che non offre granché ai suoi residenti.

Lunedì 31 luglio si è tenuto, via web, l’attesissimo incontro con il Mise, l’azienda ed i sindacati, per chiarire l’effettivo destino dello stabilimento.

Nonostante l’azienda americana abbia espresso la volontà d’investire fino a 250 milioni in Italia, le sorti della fabbrica, situata nella periferia est di Napoli, sembra ormai certa; cessazione confermata la chiusura entro il 31 ottobre.

L’epilogo ha gettato nuove ombre sull’umore dei dipendenti e dei sindacati che, da più di un anno, subiscono costanti scoraggiamenti.


Ad esporci meglio lo stato d’animo di chi arranca all’interno di questa triste realtà, è Francesco Petricciuolo, operaio della Whirlpool di Napoli.

“La posizione assunta – dopo il 31 luglio – sia da parte dei lavoratori che da parte di tutte le confederazioni sindacali, non cambia: è un NO chiaro alla chiusura dello stabilimento di Napoli. L’accordo che Whirlpool sta violando, è stato siglato a ottobre 2018, presso il Ministero dello Sviluppo Economico e dovrebbe indurre il Governo a prendere una netta posizione con i lavoratori, e a chiedere alla multinazionale il rispetto degli impegni assunti; contrariamente, la posizione assunta dal ministro Patuanelli sembra molto ambigua”.

A Francesco, chiediamo infine quali saranno le contromisure da adottare alla luce della decisione da poco emessa da parte dell’azienda:

“Le confederazioni sindacali chiederanno alla Presidenza del Consiglio d’intervenire e di riconvocare un nuovo tavolo”.


Come già accaduto al presidio del 23 luglio, i sindacati si rivolgono dunque al Governo, speranzosi che questa loro ostinazione, possa sollecitare l’attenzione del Presidente Conte e dei suoi collaboratori.

Elvira La Rocca

 

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