“L’ailanto è una specie esotica invasiva e si è sviluppata tantissimo a Gragnano”: l’allarme proviene da Catello Filosa, naturalista e membro del direttivo di Pro Natura del comprensorio stabiese e dei monti Lattari. “L’alianto – ha continuato Filosa – è in grado di colonizzare intere aree naturali minacciando la biodiversità. Vediamo quali sono le caratteristiche dell’ailanto, perché è infestante e come il suo sviluppo possa essere controllato per preservare il territorio.

L’ailanto fu inizialmente importato in Europa dall’Asia per allevare la Philosamia cynthia, un lepidottero. Si tratta di una farfalla che, similmente al baco da seta, forma un bozzolo dal quale si può ricavare il prezioso filamento. È un lepidottero di dimensioni notevolmente maggiori e che, poteva garantire produzioni più elevate (anche se di qualità inferiore). L’esperimento però risultò un totale fallimento in quanto i bruchi furono facile preda degli uccelli e non riuscirono mai a riprodursi e colonizzare le piantagioni in numero sufficiente da giustificare la massiccia coltivazione.



Successivamente fu impiegato come pianta ornamentale per il suo rapido accrescimento e per la sua rusticità. L’ailanto è infatti molto adattabile a vari climi e suoli, tollera la carenza di acqua e di sostanze nutritive per periodi prolungate e si sviluppa velocemente. L’ailanto può riprodursi per seme a lunghe distanze: il frutto dell’ailanto è una samara, un frutto secco dotato di un’ala, che può essere trasportato da acqua o vento. Una pianta di ailanto può produrre fino a 300 mila samare ogni anno, con una notevole dispersione di una grande quantità di semi.

Oltre che per seme, l’ailanto si propaga anche per via vegetativa per mezzo dell’esteso e vigoroso apparato parato radicale che può estendersi fino a quindici metri di distanza dalla pianta madre generando nuove piante. Le nuove piante che originano dal seme o dalle radici accrescono in modo molto rapido. L’apparato radicale dell’ailanto secerne sostanze chimiche che impediscono la germinazione e lo sviluppo di altre specie. Grazie alle sue caratteristiche è in grado di colonizzare grandi aree riducendo e impedendo la crescita delle specie autoctone.



L’ambiente naturale si modifica in modo radicale, alterando equilibri che coinvolgono non solo il paesaggio ma anche le caratteristiche del suolo, la fauna e la presenza di insetti impollinatori. In seguito alla colonizzazione da parte di una sola specie vegetale si può arrivare all’estinzione delle altre specie vegetali e degli animali presenti in quell’habitat. Il controllo di specie infestanti come l’ailanto è reso necessario proprio per salvaguardare il paesaggio e la biodiversità che coinvolge la flora e la fauna del territorio. Quando una specie vegetale prende il sopravvento sulle altre, si ha sempre un impatto negativo sull’ambiente e sulla biodiversità, ma le conseguenze riguardano anche aspetti economici e sanitari del territorio.

L’importazione di specie esotiche (aliene) come l’ailanto può essere ad esempio veicolo di patologie come allergie, che causano asma e dermatiti. Nelle aree protette o naturali, l’invasività dell’ailanto ha portato a una modificazione degli equilibri ecologici mentre nelle zone urbane, dove è stato usato come pianta ornamentale, ha causato anche danni a carico d fabbricati e impianti causati dallo sviluppo radicale della pianta. Anche da noi a Gragnano la pianta si è sviluppata tantissimo.



Si fa notare già all’ingresso della Valle dei Mulini e lungo il suo percorso fin verso la sorgente della forma e ancora più su anche nella frazione di Castello e a scendere verso Aurano e Caprile. All’altezza della Madonna delle Grazie prima del ponte ferroviario a sinistra procedendo verso Gragnano ce ne sono altri esemplari, come anche lungo la passeggiata archeologica sia sul lato di Gragnano che su quello di Castellammare, nonché lungo il tratto sinistro di via Castellammare a partire dall’Hotel dei Congressi fino alla chiesa di Santo Erasmo

Bisogna che l’amministrazione comunale contatti chi di competenza, magari rivolgendosi anche all’ufficio agricolo della Regione Campania e provveda con urgenza a stilare un piano di lavoro ben dettagliato e distribuito nel tempo per eradicare l’intera pianta pena la scomparsa delle nostre piantagioni locali autoctone. Le foglie, i fiori e la corteccia emanano un odore sgradevole”.



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