La pellicola, realizzata e portata in scena dall’attore Fabio Massa, ha vantato un debutto da standing ovation ed un cast artistico ricco di volti noti nel mondo dello spettacolo partenopeo. Tra questi spicca quello di Gianni Parisi che si è calato nella parte di Saverio, un avvocato corrotto ed invischiato con malavita. L’attore ha deciso di raccontare la preparazione del personaggio alla redazione de il Gazzettino vesuviano, lasciandosi andare a varie considerazioni.


Gianni Parisi e Fabio Massa sono amici di vecchia data. Racconti com’è nata l’idea di questa collaborazione e la preparazione del suo personaggio

“Ho conosciuto Fabio dal suo primo film, gli ho fatto i complimenti indirettamente e mi ha invitato a vedere il secondo film, cioè “Aeffetto domino” e, alla fine della proiezione, finalmente ci siamo conosciuti di persona e ha rivelato di volermi nel cast del suo prossimo progetto, ossia “Mai per sempre”. Mi ha dato una sceneggiatura, mi ha parlato di questo personaggio, mi è piaciuto perché ho una vecchia propensione di fare ruoli di personaggi negativi. Mi piace tanto fare il cattivo, l’ho sempre interpretato nella mia carriera, mi stimola, perché è una lato dell’animo umano che bisogna esorcizzare e che, però ti permette di scoprire fin dove può arrivare l’essere spietati ed egoisti. Giocare con il personaggio mi ha sempre divertito. Intraprendere poi la strada giusta dell’interpretazione poi è questo, spingersi alla ricerca della verità del personaggio”.


Quindi interpretare personaggi distanti dalla sua realtà la spinge a sperimentare nuovi settori sociologici e psicologici dell’ambito umano

“Il mio è un lavoro introspettivo, rispecchia quello che si è e non si è. Ho iniziato da giovane a fare teatro a San Giorgio a Cremano, insieme a Massimo Troisi. Poi mi sono affermato al teatro Sannazzaro. Durante questi anni di formazione, una mia cara maestra mi ha insegnato che chi fa il cattivo nel teatro non è cattivo nella vita. Un personaggio va scoperto non esagerando. Nel teatro e nel cinema per essere veri c’è bisogno della misura, se non sei eccessivo sei vero, e nel cinema più che nel teatro conta la verità: nel teatro reciti, nel cinema devi essere vero. In teatro, come diceva Eduardo De Filippo, la somma verità, nel cinema è sempre stata e sempre sarà la somma finzione. Nel cinema è diverso, nel cinema devi essere più vero, vicino alle storie che racconti”.




Quindi, per lei, la recitazione cinematografica e televisiva è differente da quella teatrale?

“Sono due facce della stessa medaglia. Come tecniche sono diverse, anche come approccio. Nel cinema non si ripete una scena si sbaglia, ma magari perché un’inquadratura o una luce è stata errata. In teatro se si sbaglia dopo due mesi di repliche non se ne accorge nessuno. Abbiamo commesso molti errori e nessuno se n’è reso conto, li abbiamo portati a nostro vantaggio. Un attore di teatro deve vivere la scena il tempo dello spettacolo, quindi due ore, invece quello cinematografico è impegnato per tutto il tempo della scena, dal punto di vista della concentrazione. La vera difficoltà del cinema è riprendere le stesse emozioni che si sono portate in scena settimane o mesi prima, riprendendole dal punto esatto in cui il set è stato interrotto”.

Quale morale è racchiusa all’interno di “Mai per sempre”?

“La morale di questo film è triste, perché non c’è un lieto fine per il protagonista e spesso il lieto fine non c’è nella vita reale. Spesso i protagonisti delle storie che leggiamo, che vediamo, sono delle persone che non vorremmo mai incontrare, come in Gomorra, nella serie la protagonista è la morte, come in questo film. C’è un insegnamento: percorrendo le strade del mal affare, la fine è questa. La morale più che altro si va a ricercare nei vissuti degli attori: le storie sono importanti. Se sono ben raccontate, sono avvincenti. Il nostro compito è quello di far porre delle domande, no dare risposte. Come diceva Pirandello “la storia così è se vi pare”. Se la storia vi prende, allora il nostro compito è assolto, perché noi attori dobbiamo raccontare delle storie che hanno bisogno di una positività, di una negatività. Noi non siamo né dei giudici né degli educatori”.

Emanuela Francini



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Il settimanale “Il Gazzettino vesuviano” fondato nel 1971 da Pasquale Cirillo, si interessa delle tematiche legate al territorio vesuviano; dalla politica locale e regionale, a quella cultura che fonda le proprie radici nelle tradizioni ed è alla base delle tante realtà che operano sul territorio.