Aizzata nuovamente la polemica sul Doriforo di Stabiae, attualmente esposto negli Stati Uniti d’America presso il Minneapolis Institute of Art. La voce di protesta, dopo mesi di sordina, è partita dalla senatrice Margherita Corrado in un’interrogazione parlamentare a Dario Franceschini, ministro dei Beni Archeologici. “Il Doriforo di Stabiae deve essere restituito all’Italia e alla sua città Castellammare di Stabia”, ha chiosato. Poi ha avanzato un ulteriore richiesta: “Attivi i canali opportuni per sollecitare il Minneapolis Institute of Art a fornire informazioni precise e veritiere circa tempi e modi dell’acquisizione della statua – ed ha concluso – Dia impulso, nel limite delle sue prerogative, alla verifica attenta di tutti i dati disponibili e, ove si diano le necessarie condizioni, alla rivendicazione della scultura per conto dello Stato italiano con necessaria determinazione”.



Si è avvolto un alone di mistero intorno alla storia, alle origini ed alle dinamiche di esportazione del Doriforo. La senatrice pentastellata, nonché archeologa, ai tavoli tecnici di Palazzo Montecitorio ha desiderato vederci chiaro sulla vicenda. Così come lei, sono in attesa di risposte concrete e fondate tutti i membri dell’ultimo il convegno intitolato “Il Doriforo da Stabiae – Alla ricerca di un mito”, organizzato un anno fa dall’Archeoclub di Castellammare.

Secondo gli studi archeologici, il Doriforo è una scultura in marmo pentelico di 196 centimetri ed è considerato una delle migliori copie romane ancor oggi reperibili del celebre Doriforo, l’originale in bronzo dello scultore greco Policleto, opera andata perduta e ricordata per essere stata il modello di riferimento della statuaria classica.



La statua è stata ritrovata nel 1976 sulla collina di Varano, in un cantiere edile non controllato nella zona di Villa Pastore, e successivamente trafugata. Non essendo stata consegnata nelle mani delle autorità competenti, è stata venduta negli anni ’80 a un antiquario romano appartenente al mercato clandestino e poi rivenduta ad un museo tedesco, l’Antikenmuseum di Monaco di Baviera. Il plesso museale ha rinunciato all’acquisto del Doriforo, a seguito delle varie denunce della provenienza dubbia del reperto archeologico, riportate dal professore universitario Umberto Pappalardo, nonché da varie cronache e servizi filmati internazionali come “L’emigrato di pietra” del giornalista Achille D’Amelia per il supplemento TG2 “Dossier”. Pochi anni dopo, la scultura è stata nuovamente mostrata al pubblico presso la struttura americana Minneapolis Institute of Art.



A sposare la causa della senatrice Corrado, c’è stata prontamente l’amministrazione comunale stabiese. Con queste il primo cittadino Gaetano Cimmino ha dato man forte: “Mi appello al Ministro Dario Franceschini affinché ci aiuti a riportare a casa il Doriforo per conferirgli un degno spazio nel Museo Archeologico Libero D’Orsi, di recente inaugurato grazie alla sinergia con il professor Massimo Osanna, oggi direttore dei Musei del Mibact”. Riconsegnare l’opera alla sua città nativa, vederla esposta insieme agli altri preziosi ritrovamenti storici delle ville stabiane, rivendicarne e riconoscerne la paternità, risulterebbe un importante traguardo nonché arricchimento culturale ed archeologico per la città delle acque. “Il Doriforo di Stabiae è un’opera d’arte unica nel suo genere – ha spiegato Cimmino – Rappresenta un’autentica perla, un frammento di storia e cultura della nostra terra”. Ed ha, infine, affermato che sarebbe una riconquista fondamentale in vista della candidatura della città a Capitale italiana della Cultura 2022: “Un’iniziativa che darebbe ulteriore lustro al percorso che abbiamo intrapreso in questi mesi per mostrare all’intera nazione il valore del patrimonio culturale di Castellammare”.

Emanuela Francini



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