Il profumo del caffè appena “salito” nella moka si stava spandendo per tutta la casa quando la luce si spense. Il boato arrivò, terribile, in contemporanea. Un attimo dopo cominciò a tremare e a traballare tutto. Non si riusciva a stare in piedi. E nemmeno seduti. Si capì subito che si trattava di un terremoto.


Correre in cucina, chiudere il gas, afferrare una torcia cercando di fare luce e raggiungere la porta per tenerla aperta, fu questione di pochissimi secondi. Eppure, muoversi nel corridoio mentre il pavimento ballava sotto i piedi e l’edificio oscillava a destra e a sinistra, fu un delle cose più difficili che mi fossero mai capitate. Cronaca di un terremoto, vissuto al sesto piano, nell’appartamento di mia cognata, in una tranquilla (sic!) sera di una domenica, quella del 23 novembre 1980, che nulla lasciava presagire potesse diventare così tragica per come poi si rivelò.

Ore 19 e 15… c’era “Novantesimo”; si stava incollati al televisore aspettando di vedere passare le immagini del “classico” italiano: Juventus – Inter. E i gol. Quello di Scirea, in particolare, che della giornata era stato il secondo dopo la rete di Brady. Non si fece in tempo: alle 19 e 23 il mondo crollò, in Campania. Quando si riuscì a guadagnare la strada fu ancora peggio. Urla, pianti e voci per chiamare i parenti e gli amici, si perdevano nella nebbiolina che intanto stava cominciando a calare. Faceva freddo. E le scosse continuavano.


Avevo la radio in macchina. L’accesi: cominciavano ad arrivare le prima notizie. Sette, otto, no… erano nove La scossa, le scosse? No … i gradi. «Ma che sono Mercalli o Richter» chiedeva qualcuno di quelli più acculturati? Ma chi se ne fotte se sono di uno o di un altro!  Dove è successo? In Campania! E certo, lo abbiamo sentito! E che risposte sono! Domande. Risposte. Richieste. Inutili le une e le altre, ma pure servivano a rassicurare sia chi le faceva sia chi le dava di essere ancora al mondo… in compagnia.  E la radio continuava a dare notizie, confuse, frammentarie, incerte. Ma si è sentito fino in Calabria, e in Puglia, e nel Lazio, dicono! Cazzo! Era stata brutta davvero. Epicentro? Nell’ avellinese. Non si sa niente. Le squadre di vigili del fuoco partono. Qua pure si sentono sirene. I telefoni? Saltati. Tutti a chiamare dalle cabine. Nessuno si azzardava a rimettere piede in casa. Qualcuno, tra i più temerari, rientrò nonostante tutto per recuperare maglioni, qualche coperta e quanto altro potesse servire per la notte che si annunciava fredda e scura. Nei vicoli e nei cortili si cominciarono ad accendere fuochi con del legno recuperato chi sa dove e come. Le sirene di pompieri, carabinieri e ambulanze si facevano sentire, a tratti.


Qualcuno aveva recuperato in casa quelle radioline a batteria tanto di moda a quel tempo e l’aveva accesa: le notizie si accavallavano. C’era caos. E paura. Arrivavano voci di una casa caduta … si dice… ma è overo?  Addò? Llà! Llà addò? E nun aggio capito buono… a parte ‘e llà… Accussì dice ‘a gente. E ce so state muorte? E nun se sape… Marò…!

Così passò quella notte. Tra ansia, domande senza risposte e una infinità di sigarette… e qualche bicchiere di vino versato dalle bottiglie che si erano recuperate nelle rimesse e nei cellai… dopo aver ben guardato alla luce di torce e fari di macchina se ci stavano lesioni oppure se ne fosse caduto il tetto. E, ovviamente, tanta, ma proprio tanta, paura. Mentre la scosse continuavano. E ad ognuna sentivi di nuovo le voci del terrore: fuimmo! Addò cazzo fuimmo si stammo già fora!…  la risposta. Quando finì la notte… la luce del giorno livida come la pelle di un morto mise in luce facce schiantate dalla paura e occhi gonfi di pianto e veglia. La nuttata era passata. Ma la giornata che stava spuntando sarebbe stata ancora più brutta.

Carlo Avvisati



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