Ottavo incontro della nostra rubrica e la finestra si apre su quella straniante arte che ha a che fare con una memoria senza memoria del primitivo, dell’infantile e che esteticamente abbiamo difficoltà ad incontrare se non ci si dispone con le aperture di un intelletto elastico e di una sensibilità profonda.

Parliamo della cosiddetta Art Brut di Jean Dubuffet e del Graffitismo di Jean-Michel Basquiat.


JEAN DUBUFFET

L’obiettivo di questo artista era ripartire da zero per approdare ad un’arte pura.

Tutto ciò che in arte lo aveva preceduto, i valori, le tecniche, i saperi, che fino a quel momento costituivano il suo bagaglio artistico, veniva accantonato. Libertà, spontaneità, fervore creativo e nessun vincolo nel suo fare arte.

Principi accademici, preconcetti critici, aspettative dei fruitori, nè tanto meno il suo giudizio d’artista dovevano interferire con il suo fare pittorico.

Jean Dubuffet voleva porsi al di fuori del sistema dell’arte, inteso nelle sue diverse sfaccettature.

Voleva avere lo sguardo dell’uomo comune per fare un passo ulteriore in arte e aprirsi innumerevoli vie alternative.

Dubuffet Jean, vero nome Philippe Arthur, nasce a Le Havre nel 1901 e muore a Parigi nel 1985.

Noto per la sua Art Brut o arte grezza, si trasferisce a Parigi nel 1918 per studiare pittura alla Académie Julian, ma dopo sei mesi lascia l’Accademia per lo studio indipendente in quanto a suo dire “l’educazione artistica andava nutrita d’esperienze, d’incontri, di suggestioni, invece che di lunghe esercitazioni nel chiuso di un atelier”.

Nel 1924 smette di dipingere per dedicarsi al commercio del vino, attività della ricca famiglia, e abbandona l’arte fino al 1942.


Nonostante fosse un uomo profondamente istruito, amico di alcuni tra i maggiori intellettuali francesi dell’epoca,
(quali André Breton, Jean Paulhan, Raymond Queneau, Jean Fautrier, Max Jacob, Paul Éluard, Antonin Artaud, Louis-Ferdinand Céline), egli mira alla libertà formale e all’evasione dalla cultura alta.

Anzi, non fa alcuna distinzione tra arte delle élite e arte popolare, tra arte contemporanea e arte del passato, tra arte occidentale e arte africana o oceanica.

Jean Dubuffet crea d’impulso, in maniera quasi istintiva.Il suo stile è primitivo, semplice e le sue immagini elementari sono come incrostate sulla tela.

La sua è una tela imbrattata da materiali vari e insoliti come catrame, ghiaia, scorie, ceneri e sabbia legati con vernice e colla.

I disegni dei bambini e dei malati mentali costituiscono il principale oggetto della sua ricerca perché vicini alla sua visione artistica.

Si dedica anche all’assemblaggio, ossia la combinazione sulla superficie di diversi oggetti trovati d’uso quotidiano per ottenere opere tridimensionali.

Anche la scultura lo affascina, ma ancor di più è l’utilizzo di materiali non tradizionali, come plasmare la semplice carta e il polistirolo leggero, a incuriosirlo maggiormente.

Insomma, pittura, scultura, illustrazione, architettura, sperimentazione letteraria, musica, trattazione teorica, ovvero la redazione di testi in cui l’artista esponeva le proprie riflessioni sull’arte, tutto ciò che riguardava l’arte e la creatività lo affascinava e lo interessava concretamente, “ma dal suo punto di osservazione che era quello dell’Art Brut”.

Più che un genere artistico, l’Art Brut rappresenta per lui un’ideale da contrapporre all’arte comunemente intesa, l’arte istituzionalizzata, l’arte carica di norme, accademismi e tradizioni.

A ispirarlo, o meglio, ad accendere il suo interesse più intenso erano forme d’espressione creativa comunemente considerate marginali : l’artigianato popolare, la pittura e la scultura extraeuropee, i graffiti sui muri delle grandi città, e come accennato innanzi, i disegni dei bambini e dei malati mentali.

Vitalità e umorismo, però, sono gli elementi onnipresenti che hanno caratterizzato il suo lavoro, solo apparentemente semplice, leggero, riconoscibile.

Jean Dubuffet, è vero, predicava un’arte semplice, anti-intellettualistica, un’arte che parlasse al maggior numero di persone possibile, ma “paradossalmente” ad ascoltarlo erano alla fin fine i rappresentanti delle cerchie elitarie e soprattutto chi aveva gli strumenti critici per decifrarlo e comprenderlo profondamente.




 

JEAN MICHEL BASQUIAT

“Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita.” (Jean-Michel Basquiat)

È proprio la vita, il quotidiano, la strada ad ispirare l’opera del giovane Basquiat.

Massimo esponente del fenomeno del GRAFFITISMO, e precursore della Street Art, Basquiat certamente ha subito anche l’influenza di grandi artisti: da Picasso a Dubuffet, da Warhol a Twombly.

Ma inizialmente non poca influenza sortirono su di lui le amicizie con tutti quegli artisti “grezzi” provenienti dai ghetti del Bronx o di Brooklyn, dalla strada e comunque da una cultura anche approssimativa.

Una pittura fatta da segni compulsivi che ha invaso i muri, i mezzi di trasporto pubblici, quali vagoni dei treni o autobus nonché gli spazi pubblicitari, e poi le gallerie e i musei.

Infatti, “apparentemente” non c’è in tale forma e linguaggio espressivo alcun valore ideologico o di protesta sociale.

Figure, segni, scritti, colori attraverso pennarelli indelebili e bombolette spray si sono imposti liberamente e si sono confrontati con il reale e tanti altri segni caratterizzanti la ricerca artistica.


Il suo rapporto con il lavoro è altalenante. Passa da stati di inerzia assoluta a periodi di improvvisa iperattività. Ci raccontano i più vicini a Basquiat che “si svegliava nel cuore della notte e dipingeva come se si trovasse in uno stato di trance”. Per alcuni addetti “le sue opere migliori sono state partorite proprio nel cuore della notte”.

L’elemento che però contraddistingue l’arte di Basquiat è essenzialmente l’utilizzo delle parole.
Vengono inserite nei suoi dipinti come parte integrante, ma anche come sfondo; talvolta velate o parzialmente cancellate, per attrarre maggiormente l’attenzione dello spettatore.

La sua vita e la sua storia è la New York degli anni Ottanta.
Città in pieno fermento, che non dormiva mai, dove soldi, droga e divertimento scorrevano a fiumi e nessuno aveva tempo per fermarsi a pensare su dove si stesse approdando con quella navigazione che non si preoccupava affatto del futuro, ma solo del presente.

Jean-Michel Basquiat nasce a Brooklin, New York, il 22 dicembre del 1960.
Muore il 12 agosto del 1988, a ventisette anni, per overdose di eroina, nel suo studio sito in 57, Great Jones Street, a Manhattan.

Anche l’amico keith Haring, morì di AIDS due anni dopo.

L’amore per l’arte trasmessogli dalla madre, la quale lo accompagnava spesso al Brooklin Museum o al Metropolitan Museum o al Modern Art Museum di New York, e soprattutto il suo talento e la sua fascinosa personalità di giovane afroamericano, lo fecero emergere e scalare il mondo dell’arte con grande velocità.

Nel 1976 inizia a frequentare la City-as-School a Manhattan per ragazzi dotati a cui non si addice il tradizionale metodo didattico. Nel 1978, però, abbandona la scuola perché a suo dire “inutile”.In questo periodo fa amicizia con Al Diaz, giovane graffitista che operava sui muri di Manhattan. Sodalizio che durerà sino al 1980 con la produzione di numerosi graffiti per le strade di New York, firmati SAMO acronimo di “solita vecchia merda” (riferito al consumo di erba).

Nel 1981 Basquiat entrò nella “Factory” del re della Pop Art Andy Warhol, suo mentore;
di li a poco frequentò la giovanissima cantante Madonna, con la quale ebbe una breve relazione; ma soprattutto strinse amicizia con Keith Haring e lo scrittore Glen O’Brien.

Nei lavori di Basquiat, anche se non in modo diretto, la condizione della comunità afroamericana viene messa in primo piano, sullo sfondo della metropoli nordamericana.
Figure semplici e parole, spesso velate o semi cancellate per farle notare di più, irrompono sulla tela.

“Il concettuale, il primitivo e il decorativo è un tutt’uno”.

Tutti messaggi, talvolta chiari e talaltra da interpretare, che mettevano in discussione il capitalismo, l’avidità e il nepotismo che alimentavano il mondo dell’arte e non solo.

Il suo gusto per la mescolanza culturale e il suo odio per il razzismo danno vita a un’opera “neo-espressionista” del tutto originale e talvolta oscura e angosciata.

Uno stile pittorico fatto di scarabocchi ossessivi, simboli e diagrammi inafferrabili e immagini di maschere e teschi, sviluppato da giovanissimo e sino alla fine dei suoi giorni.

Spesso associato, si ripete, al neo-espressionismo, Basquiat ha ricevuto grandi consensi e riconoscimenti in pochissimi anni, esponendo al fianco di artisti come Julian Schnabel, David Salle e Francesco Clemente.




Una curiosità è il suo viaggio a Napoli.

Del suo passaggio in città, al seguito di Andy Warhol e insieme all’amico Francesco Clemente, è rimasta un’opera straordinaria, oggi conservata al Guggenheim di Bilbao.

Jean-Michel Basquiat dedica alla città Partenopea il suo Man from Naples, dipinto all’epoca del suo primo viaggio in Italia (1982).

Il muso di un asino, il mitico “ciuccio” mascotte della squadra di calcio della città, campeggia attorniato dai consueti graffianti tag dell’artista.

Fred Braithwaite, amico writer, musicista e storico hip hop, lo ricorda così: “Jean-Michel visse come una fiamma. Bruciò luminosissimo. Poi il fuoco si spense. Ma le braci ardono ancora.”



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