Al via i lavori di restauro del mosaico della battaglia di Isso. L’opera d’arte, scoperta nel 1831 nella domus del Fauno di Pompei è ospitata in una delle sale del Museo Archeologico di Napoli, dove esperti e studiosi la stanno analizzando per comprendere come poter intervenire. Le precedenti analisi effettuate a distanza di due anni hanno fatto rilevare l’aggravarsi delle condizioni del mosaico. Le operazioni di restauro non solo riconsegneranno alla fruizione del pubblico un reperto dal valore inestimabile, ma forniranno anche un ulteriore tassello per conoscere usi e costumi di una civiltà, dello splendore di un grande popolo, cui ancora oggi sentiamo di poterci ispirare e al quale dobbiamo il nostro presente.


Il mosaico che narra la vicenda della vittoria di Alessandro, giovane re macedone, sugli avversari Persiani guidati da Dario III avvenuta nel 333 a.C. tornerà a nuova vita, dopo un restauro certosino e delicatissimo che terrà conto della sua valenza storica, nel rispetto anche dei materiali originali.

“Con la caratterizzazione dell’opera ci aspettiamo di capire meglio i materiali che compongono il mosaico – ha spiegato Antonio De Simone, archeologo e docente universitario – già le prime indagini ci dicono che i materiali pregiati di cui sono fatte le piccole tessere in parte sono provenienti dall’Italia e in parte da paesi che secoli fa già commerciavano con Roma, quelli cioè dell’Africa settentrionale. Ma ci sono anche pietre che provengono da cave greche”.



“Noi vorremmo capire bene anche come si sono generati lacune e distacchi di tessere, perché sarebbe un ulteriore contributo alla storia di Pompei”.

L’opera riportata alla luce nella domus del Fauno della Regio VI presenta, dunque, elementi che confermano un suo restauro già in epoca romana. “Possiamo leggerne tracce a esempio nella parte in basso a sinistra di chi guarda, dove, sotto una vasta lacuna, c’è parte di uno scudo che mostra una qualità di tessere e lavoro diverso da quello del centro della raffigurazione, con i volti fieri di Alessandro Magno e del re persiano Dario”.

Traumi generati non solo dall’usura del tempo, trattandosi di una pavimentazione, ma causati anche dal susseguirsi di scosse telluriche che dal terremoto del 62 d.C. si protrassero sino al 79 d.C. con la violenta eruzione del Vesuvio che seppellì per sempre la splendida città di Pompei con i suoi grandiosi monumenti, la sua civiltà e molti dei suoi abitanti.

“Noi stiamo lavorando da 4 mesi e quello che faremo non sarà distruttivo. Estrarremo indizi più che prove, ma potremmo capire dietro le toppe cosa c’è”, ha sottolineato ancora De Simone.


Primo passo sarà il distacco dalla parete dove si trova attualmente allocato il mosaico, come un quadro che dal passato si proietta sino ai giorni nostri.

Coperte le tessere per evitare ulteriori traumi e possibili danni, gli archeologi proseguiranno il loro lavoro sul retro dell’opera utilizzando tecniche come gli smart glass, una tecnologia messa d disposizione da Tim che consentirà non solo di monitorare costantemente la zona sulla quale gli esperti opereranno e la corrispondente superficie non visibile proiettando  su un’apposita superficie e in scala 1:1 la parte frontale del mosaico, ma  anche di poter visionare in proiezione una serie di parametri geofisici risultato di studi effettuati nel 2015 e nel 2018 da Iperion Ch.it e Cnr-Isti di Pisa e dall’Università del Molise e Cnr.

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