Oltre 40 anni di carcere richiesti per cinque imputati del processo Domino (con rito ordinario), che vede alla sbarra esponenti ritenuti vicini al clan D’Alessandro e agli Afeltra – Di Martino. Durante la requisitoria svoltasi al tribunale di Torre Annunziata, il pm ha espresso le richieste di condanna nei confronti degli imputati accusati di traffico di stupefacenti, aggravato dalla finalità mafiosa. La richiesta di condanna più pesante è nei confronti di Silverio Onorato (32enne di Castellammare) per il quale sono stati chiesti 16 anni di reclusione. Questi gli altri imputati: Michele Di Maria (40 anni, di Castellammare) 6 anni e 6 mesi; Vincenzo Starita (41 anni, di Castellammare) 9 anni; Luigi Staiano (33 anni, stabiese) 6 anni e Tommaso Naclerio (50 anni, di Gragnano) per il quale sono stati richiesti 7 anni.

Gli imputati sono accusati, a vario titolo, dei reati di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione illecita e cessione di sostanza stupefacente, reati tutti aggravati dalle finalità mafiose, per aver agito avvalendosi della forza intimidatrice derivante dall’appartenenza al clan D’Alessandro (operante a Castellammare) nonché della cosca degli Afeltra – DI Martino, attiva sui monti Lattari. L’attività investigativa, partita nel 2017, ha permesso di ricostruire l’intera organizzazione dedita alla vendita di marijuana e cocaina. La prima veniva coltivata sui monti Lattari o, in alcuni casi, importata da altre regioni (specialmente la Calabria). Per la vendita di cocaina invece era stato messo su un patto con la ‘ndrangheta. Secondo gli inquirenti, nel periodo compreso tra il 2017 e il 2018 il clan D’Alessandro aveva assunto il monopolio del mercato degli stupefacenti in tutta l’area stabiese, toccando anche alcuni comuni della penisola sorrentina, come Vico Equense e la stessa Sorrento.

Grazie all’alleanza strategica con gli Afeltra – Di Martino, tale sistema era stato esteso anche sull’area dei monti Lattari. Il meccanismo era stato creato ad hoc e prevedeva una piattaforma unica per la distribuzione della marijuana sulle diverse piazze di spaccio, sotto la regia di un direttorio composto da elementi di massimo vertice del clan D’Alessandro, che fissava il prezzo minimo di vendita dello stupefacente, in modo da ricavarne una quota fissa da destinare al mantenimento degli affiliati detenuti ed alle rispettive famiglie. Per l’acquisto degli stupefacenti, su larga scala, il clan D’Alessandro si era affidato ad una rete di “broker”, deputati a reperire lo stupefacente attraverso nuovi canali di approvvigionamento, che fungevano da intermediari per il clan nell’acquisto del narcotico. Contestualmente sono state sviluppate attività investigative anche sul profilo patrimoniale dei nuclei familiari riconducibili agli indagati. La Dda sequestrò beni complessivi per un valore stimato in 15 milioni di euro.