Nel corso di un incontro online richiesto dal Mise con la dirigenza Whirlpool e i sindacati, la multinazionale americana ha informato che avvierà la procedura per il licenziamento collettivo dei 340 operai dello stabilimento di Via Argine a Napoli.

Un annuncio, in qualche modo, atteso e al contempo temuto, sia dai dipendenti dello stabilimento che dallo stesso Governo italiano, ma che lascia nel più grande sconforto i lavoratori impiegati nell’azienda napoletana e le loro famiglie che si stavano battendo da due anni affinché non si arrivasse a questo triste epilogo.


“Siamo consapevoli della nostra scelta” – ha dichiarato l’amministratore delegato di Whirlpool Italia, Luigi La Morgia – “Siamo il più grande investitore e produttore di elettrodomestici in Italia. Tuttavia – ha aggiunto La Morgia – vogliamo confermare la nostra intenzione di prolungare in questo periodo la possibilità di accedere a un pacchetto di incentivazioni” promuovendo ove possibile il trasferimento dei dipendenti all’interno del gruppo.

Per i vertici dell’azienda americana, l’Italia resta pur sempre strategica.

Il nostro paese ospita infatti “il quartier generale di Whirlpool per tutta la regione Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) e rimane un paese strategico a lungo termine per l’azienda.

Whirlpool è il più grande produttore di elettrodomestici in Italia, con oltre 5 milioni di pezzi all’anno, dei quali più dell’80% viene esportato in Europa e nel mondo. I 6 stabilimenti di produzione sono supportati dal contributo di più di 2mila fornitori basati in Italia, dove si trovano anche quattro centri di Ricerca e Sviluppo”.


Eppure nonostante tale riconoscimento non si è riusciti a rilanciare lo stabilimento campano e a salvaguardare i posti di lavoro.

La decisione, posticipata in passato, ma pur sempre dietro l’angolo, come una “spada di Damocle”, è stata convertita in azione non appena sono scaduti i tempi imposti con il blocco dei licenziamenti.

Immediata e forte, com’era prevedibile, la reazione dei lavoratori che con una loro delegazione hanno intercettato il premier Mario Draghi e il ministro della giustizia Marta Cartabia, in visita al carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Qui, dopo aver bloccato la circolazione, i rappresentanti dei lavoratori sono riusciti a farsi ricevere dal premier al quale hanno chiesto di intervenire e adoperarsi per una soluzione diversa da quella prospettata dalla multinazionale.



Draghi che ha definito l’azione dell’azienda americana come un “grave e inaccettabile sgarbo istituzionale” ha assicurato il suo personale intervento. Dal canto suo, già la viceministra Alessandra Todde, presente all’incontro con Whirlpool e sindacati aveva proposto al colosso americano di accettare la proroga della cassa integrazione per altri 13 settimane per poter esaminare, valutare e individuare una soluzione alternativa.

“Accettare la proroga della Cig di ulteriori 13 settimane, non significa allungare il brodo – ha spiegato la Todde – ma dare la possibilità ad un percorso di rilancio di prendere forma con un piano industriale alternativo e solido, fondamentale per non impoverire ulteriormente il territorio di Napoli e garantendo la salvaguardia occupazionale.

Abbiamo bisogno di tempo per irrobustire il percorso di reindustrializzazione, su cui stiamo lavorando quotidianamente – ha proseguito la viceministra – quindi per l’azienda accettare la proroga della Cig, rinviando l’avvio della procedura di licenziamento, è una scelta che non pesa minimamente. Mentre per i lavoratori, per la città di Napoli e per il piano di rilancio su cui stiamo lavorando, fare questa scelta è assolutamente indispensabile”.



Non trova alcuna giustificazione al diniego delle ulteriori 13 settimane di cassa integrazione previste dall’avviso comune di Confindustria e sindacati per i lavoratori, neanche il ministro dello sviluppo Giancarlo Giorgetti, secondo il quale questo rifiuto danneggerebbe solo i lavoratori. Dal canto suo il colosso americano ribadisce che, complice anche questa tremenda pandemia, l’azienda ha osservato un enorme calo delle richieste di lavatrici prodotte nello stabilimento di Napoli che, di fatti, è diventato per l’azienda un costo esoso e insostenibile. Per questo motivo già negli ultimi mesi del 2020, la dirigenza aveva preso la triste ed inevitabile decisione di sospendere la produzione nel sito napoletano ed attivare la Cig per tutti i lavoratori.

Allo stato attuale ai lavoratori in attesa di licenziamento che dovrebbe concretizzarsi entro massimo 75 giorni duranti i quali riceveranno la normale retribuzione, sarebbero state prospettate due alternative. I dipendenti napoletani potrebbero optare per un trasferimento nel sito di Cassinetta di Biandronno a Varese o valutare di lasciare volontariamente l’azienda ricevendo in questo caso un trattamento economico in uscita.

La situazione resta, in ogni caso, esplosiva con i sindacati schierati insieme contro il colosso e sul piede di guerra.

“La narrazione che siete stati buoni e avete portato pazienza, ce la potevate risparmiare”, ha affermato la segretaria nazionale Fiom-Cgil, Barbara Tibaldi.



“Per 26 mesi non abbiamo preso tempo come dice La Morgia, abbiamo lottato per tenere aperto lo stabilimento di Napoli. Whirlpool in questi 26 mesi ha triplicato i profitti realizzando 5 milioni di prodotti. Le lavoratrici e i lavoratori hanno tenuto aperto lo stabilimento di Napoli e ciò ha permesso a Whirlpool – ha aggiunto – di guadagnare di più nonostante la pandemia. Richiamiamo l’azienda alle sue responsabilità. L’avvio della procedura di licenziamento interrompe il dialogo. Per quanto ci riguarda se Whirlpool mette in campo azioni offensive, sarà guerra”, ha poi concluso.

“Un’ingenerosità e un’irresponsabilità” da parte del colosso americano, l’ha definita Nicola Ricci, segretario generale Cgil Napoli e Campania, dinanzi alle quali i sindacati sono pronti a rispondere “mobilitando il territorio, la società civile e tutto il mondo del lavoro”.

Gli fa eco la Fiom direttamente dalla sede di Napoli che attraverso il suo rappresentante Rosario Rappa ha fatto sapere di aspettarsi un’azione forte e decisa da parte del governo italiano che “non può limitarsi a prendere atto, ma deve intervenire”.


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