Avrebbero favorito il clan Cutolo del Rione Traiano e i Longobardi/Beneduce di Pozzuoli, i due carabinieri finiti in manette oggi, al termine di una lunga e delicata indagine portata avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Rosa Volpe ed eseguita dai militari del nucleo investigativo di Napoli.

Uno dei due, Mario Cinque, 46 anni, in servizio presso la Compagnia di Bagnoli all’epoca dei fatti, è stato tradotto in carcere, mentre per il suo collega Walter Intilla, 49 anni, che operava presso il Nucleo Operativo Radiomobile-Sezione Operativa del reparto territoriale dei carabinieri di Mondragone, sono scattati gli arresti domiciliari.



Assieme a loro nel fascicolo agli atti compaiono anche i nomi di Gennaro Di Costanzo, finito anche lui in carcere perché considerato uno degli uomini di spicco ai vertici del clan Longobardi/Beneduce e Gennaro Carra, reggente del clan Cutolo del Rione Traiano di Napoli e divenuto poi collaboratore di giustizia.

Secondo gli inquirenti, Mario Cinque intratteneva “rapporti opachi, se non propriamente corruttivi” con esponenti di organizzazioni camorristiche, favorendo “chiunque potesse garantirgli un tornaconto personale”, sfruttando il ruolo istituzionale ricoperto per raggiungere i suoi obiettivi

Tra le diverse accuse quella di aver omesso di redigere una relazione di servizio riguardante la sparatoria avvenuta nella notte tra il 23 e il 24 settembre 2015 durante la quale il Di Costanzo aveva tentato di assassinare Mario Varriale resosi colpevole di aver spacciato in una zona posta sotto il controllo del clan, senza autorizzazione e dopo aver acquistato la merce da altri pusher.



Cinque avrebbe poi evitato di specificare in una successiva relazione di servizio di aver effettuato un controllo a carico di Gennaro Carra, che girava armato di pistola, mentre si trovava a bordo di un’auto presa a noleggio. Nella relazione il carabiniere aveva invece trascritto di aver incrociato il Carra mentre si trovava piedi, un’omissione, secondo il gip tesa sempre a favorire il clan e i suoi illeciti. Infine sempre Mario Cinque avrebbe utilizzato il sistema informatico dell’Arma a scopi personali e non strettamente correlati a indagini di servizio.

All’altro carabiniere, Walter Intilla, gli inquirenti hanno contestato altresì di aver divulgato informazioni riservate, tra le quali l’emissione di una misura cautelare che sarebbe stata di lì a poco notificata. Infine, il militare si sarebbe reso colpevole dell’appropriazione di droga e denaro sottratti a spacciatori extracomunitari di Castel Volturno, senza peraltro arrestarli né redigere alcuna relazione in merito ai controlli effettuati. Secondo quanto riportato da un collaboratore di giustizia il militare costringeva poi un altro pusher ad acquistare la droga per rivenderla successivamente.


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