Raffaele Di Somma, alias ‘o ninnillo, è stato trasferito in una casa lavoro in Calabria: il ras del rione Santa Caterina di Castellammare di Stabia, scarcerato lo scorso febbraio dopo 26 anni di carcere, è ritenuto ancora un elemento pericoloso da parte dei magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Napoli, che hanno deciso così il trasferimento in Calabria. Quella di ‘o ninnillo è sicuramente una figura di spicco, nel panorama criminale stabiese. E l’Antimafia ha valutato i possibili rischi, legati anche alla ripresa di una faida, che la presenza nel quartiere del centro antico di un ras della caratura di Di Somma avrebbero potuto portare.

Castellammare: il ras del rione Santa Caterina trasferito in casa lavoro

Da qui la decisione definitiva, che costringe il boss di Santa Caterina a lasciare la sua Castellammare a soli cinque mesi di distanza dalla scarcerazione. In realtà erano due le ipotesi al vaglio degli inquirenti. Oltre al trasferimento in casa – lavoro, sul tavolo dei magistrati c’era anche la possibilità di sottoporre Di Somma al regime di sorveglianza speciale. Ma anche quella misura è stata ritenuta non sufficiente a garantire la sicurezza e, come extrema ratio, i magistrati hanno optato per l’allontanamento da Castellammare.

Gli stessi giudici hanno dunque ritenuto fondate le preoccupazioni della Procura, decidendo di accogliere questa richiesta. Condannato per associazione mafiosa e omicidio, ‘o ninnillo è tra le figure chiave del maxi-processo “Sigfrido”, il procedimento infinito che vede alla sbarra il gotha della criminalità stabiese. Lo stesso Di Somma è ritenuto il boss del rione Santa Caterina. ‘O ninnillo, dicono le carte giudiziarie, è stato prima un soldato dei D’Alessandro e poi la figura di punta del così detto “clan dei finti pentiti”, che provò a spodestare l’egemonia dei padrini di Scanzano senza successo.

Condannato a 24 anni di carcere per 7 omicidi

Condannato a 24 anni di carcere per 7 omicidi commessi nell’ambito della guerra tra i D’Alessandro e gli Imparato, Di Somma si sarebbe occupato per conto di Scanzano del traffico di droga. Secondo la ricostruzione dei giudici, Di Somma si allontanò dal clan e venne condannato a morte dai boss dei D’Alessandro, decidendo poi di collaborare con la giustizia.

Un pentimento lampo ma sufficiente per finire agli atti del maxi-processo alla cupola della camorra. I suoi verbali del 1997 hanno raccontato gli affari del clan, il sistema di corruzione imbastito dai D’Alessandro, la capillare rete estorsiva costruita dai boss che ancora oggi emerge dalle recenti inchieste. Ma anche i fatti di sangue che hanno macchiato la città.

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