Ci troviamo ora davanti al bivio tipico degli adulti: “E’ un film d’animazione, lo guardo o me lo risparmio?”. E se vi dicessimo che Inside Out 2 vi offrirà una vera e propria seduta dallo psicologo, proponendovi spunti di riflessione sulla vostra psiche e le vostre emozioni? In questo articolo, tenteremo di oltrepassare il pregiudizio che vede le produzioni Disney destinate solo a un pubblico infantile, dimostrandovi come questo piccolo capolavoro animato riesca a trasmettere un messaggio recepito ancora più profondamente dagli adulti (che vi ringrazieranno per la visione).

Inside Out dà un senso ai nostri stati d’animo

Quante volte ci siam detti “non ti so spiegare quello che provo” ogni qualvolta un evento ci faceva sentire come se ci si fosse rotto qualcosa dentro? Ebbene, Inside Out è riuscito a dare un senso a ciò che proviamo, raccontando in maniera semplice e divertente la complessità dei meccanismi che regolano la nostra psiche, soprattutto in una fase cruciale dello sviluppo come quella del passaggio dall’infanzia alla pubertà, dove non manca l’interferenza dei genitori. Ci riesce, portando sullo schermo più di cinquant’anni di ricerche dello psicologo Paul Ekman, autorità mondiale nello studio e riconoscimento delle emozioni, riuscendo così a rappresentarle in maniera particolarmente fedele alla realtà, con un linguaggio talmente accessibile e al contempo profondo da riuscire a far riflettere (soprattutto) gli adulti.

L’importanza di imparare a gestire le emozioni

Il tentativo della Disney (ben riuscito) di portare sul grande schermo temi psicologici fondamentali inizia con il film Up! (2009), dove l’anziano protagonista affronta il lutto della sua cara moglie e impara a sperimentare la capacità di andare avanti nella vita, riscoprendone la bellezza.

Inside Out, invece, ci invita a riflettere sulle emozioni, per farci capire quanto sia importante saperle gestire ed esprimerle correttamente per il benessere nostro e delle relazioni che abbiamo con gli altri. Il titolo stesso della pellicola, allude al processo delle emozioni: le viviamo internamente (inside) ma possiamo anche esprimerle esternamente (out) attraverso parole e comportamenti. Questo concetto è reso accessibile e allo stesso tempo ricco grazie alla simbologia classica della Disney, che impersonifica i principi fondamentali della psicologia in cinque personaggi: gioia, tristezza, rabbia, disgusto e paura. Concetti che, nel sequel in uscita, saranno approfonditi con l’aggiunta nella “cabina di controllo” della mente di quattro nuovi personaggi: ansia, invidia, imbarazzo e noia.

La tristezza non va accusata, ma ringraziata

Arrivati ai titoli di coda di Inside Out, ci alziamo tutti dalla poltrona con un’unica consapevolezza: che ogni emozione, non solo la gioia, è fondamentale per dare significato alla nostra vita. Viviamo in un’epoca che ci induce a credere (complici i social) che le emozioni siano in contrasto con la razionalità, che bisogna prima mostrarsi e poi sentirsi sempre felici, ma non è così. Percepire le emozioni, sentirle sulla pelle, influenza la nostra percezione del mondo, i ricordi e il giudizio morale su ciò che è giusto o sbagliato. Ed è qui che Inside Out ci regala l’insegnamento più grande: anche la tristezza ha su di noi il suo impatto positivo, aiutandoci a comprendere i cambiamenti della vita, cosa ci manca di più e quindi a riconciliarci con noi stessi e gli altri.

Siamo stati tutti un po’ Riley

Riley, la giovane protagonista del film, a soli 11 anni affronta il suo primo trasloco, che la porta in una città angusta e grigia. La madre le chiede di mantenere un atteggiamento felice per alleviare il senso di colpa del padre, che ha portato la famiglia lontano dai loro affetti. Questo suggerimento, però, crea confusione nell’equilibrio emotivo di Riley, aumentando il suo stress. Non sentendosi compresa, Riley perde il controllo delle sue emozioni. Sebbene Gioia cerchi di bloccare Tristezza, quest’ultima rimane presente e silenziosamente potente, portando Riley a sentirsi sgretolare le sue “isole della personalità”.

Il film rappresenta magnificamente il disagio emotivo, mostrando come tentare di sopprimere emozioni forti e distruttive possa peggiorare il proprio stato d’animo, mettendo a rischio l’equilibrio e l’identità personale. In questo, la necessità di sentirsi compresi e sostenuti dalle persone amate è fondamentale per gestire la tristezza e trasformarla in emozioni positive.

Perché portare i genitori a vedere Inside Out 2

Nel primo film abbiamo visto come la richiesta della madre di fingere gioia per non peggiorare la già delicata atmosfera familiare abbia portato Riley a tenere per sé il suo dolore. La situazione si risolve quando Gioia e Tristezza, cooperando nel quartier generale, permettono a Riley di provare nostalgia, una combinazione di gioia e tristezza. Questa nuova emozione la spinge a comunicare ai genitori la sua tristezza per il trasloco, trovando empatia e comprensione, poiché anche loro condividono la stessa emozione.

La morale per i genitori in Inside Out è che è fondamentale essere sinceri riguardo alle proprie emozioni e permettere ai figli di esprimere le loro. Invece di chiedere ai bambini di nascondere o reprimere ciò che sentono per mantenere un’apparente armonia familiare, è importante riconoscere, accettare e affrontare insieme le emozioni “negative”.

Cosa aspettarsi dal nuovo film, in uscita oggi

Abbiamo imparato che non possiamo negare o evitare le emozioni che proviamo. Ciò che possiamo fare è imparare a riconoscerle, gestirle e poi lasciarle andare. In Inside Out 2, queste lezioni vengono approfondite ulteriormente, introducendo il pubblico a quattro nuove emozioni: ansia, noia, invidia e imbarazzo. Emozioni, ben più complesse delle precedenti, che offriranno una nuova prospettiva sul panorama emotivo umano, arricchendo – anche con qualche sano momento di leggerezza e umorismo – la nostra comprensione delle emozioni e di come influenzano la nostra vita quotidiana.

Se volessimo pensare in modo romantico, potremmo dire che i produttori di Inside Out (2015) abbiano atteso quasi dieci anni per il sequel, permettendoci di crescere insieme a Riley per riconoscere le nuove emozioni presentate sullo schermo. In realtà, Peter Docter, regista e sceneggiatore di cult come Up, Toy Story e Monsters & Co., ha spiegato che voleva realizzare un film ambientato non nel cervello, un luogo fisico, ma nell’animo. Per questo, si è avvalso della collaborazione di psicologi esperti, che hanno contribuito a dare vita a questo straordinario capolavoro. Non ci resta che accomodarci in poltrona e prepararci a uscire dalla sala con qualche lacrima e una maggiore consapevolezza su quanto ogni emozione sia importante per renderci così meravigliosamente… umani.

Sofia Comentale

 

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