Custode della Sindone durante la Seconda guerra mondiale, e testimone di riti, come la “Juta dei femminielli”, dove la leggenda si confonde con la realtà. Il Santuario di Montevergine è un punto di riferimento importante per tutto il Meridione d’Italia, ma anche per gli italiani emigrati all’estero, che hanno attribuito alla devozione per la Madonna, qui venerata, un valore universale.

Da Mercogliano al monastero benedettino in sette minuti

Un percorso spirituale, quello di ascesa al Santuario, grazie alla funicolare che, in soli sette minuti, collega la cittadina di Mercogliano, a valle, con Montevergine, e che, dal 1956, anno della sua inaugurazione, permette ai visitatori di ogni provenienza di raggiungere il monastero benedettino situato a oltre 1200 metri sul livello del mare, avvolto, da secoli, da un’aura di spiritualità e di pace.

Si tratta di una delle sei abbazie territoriali presenti sul suolo italiano, edificata, nel XII secolo, per volere di san Guglielmo da Vercelli che, da pellegrino, si era fatto promotore di una chiesa dedicata al culto della Vergine. Un’eredità raccolta, nelle epoche successive, dai monaci che hanno vissuto e continuano a vivere in questo luogo, osservando la regola di san Benedetto e rendendo il Santuario quello che è oggi.

“Mamma Schiavona” la protettrice degli emarginati

Qui, il culto partenopeo è valso alla Madonna di Montevergine l’appellativo di “Mamma Schiavona” e “Mamma Bruna”, ispirato non solo dall’incarnato scuro dell’icona venerata nell’abbazia, donata dagli Angiò di Napoli alla comunità monastica, ma anche dalla simbologia legata alla Vergine, percepita come una donna tra la gente, quasi una schiava, una mamma protettrice dei poveri, degli ultimi, degli emarginati, a cui affidarsi e di cui invocare la protezione nel pellegrinaggio verso la vita eterna.

La “juta dei femminielli”

Una mamma accogliente e misericordiosa, protagonista di uno degli eventi più importanti e caratteristici della tradizione partenopea, quello della “juta dei femminielli”, che si rinnova nel giorno della Candelora, e che trae origine da una leggenda. Quella di due giovani omosessuali vissuti nel Duecento, che, scoperti ad amarsi, furono cacciati dal paese e legati ad un albero sul Monte Partenio, dove avrebbero trovato morte certa. La Vergine, mossa a compassione, li liberò e permise loro di , con buona pace della comunità che si vide costretta ad arrendersi al miracolo e a fare ammenda.

Ogni anno, in occasione della festa religiosa che ricorda la presentazione di Dio al Tempio e il rito di purificazione della Vergine quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, un gruppo di “femminielli” si reca in processione all’abbazia per rinnovare la loro fede cattolica e la perenne gratitudine per la Vergine celeste.

La Sacra Sindone custodita segretamente a Montevergine in tempo di guerra

Un culto religioso alimentato, durante la Seconda guerra mondiale, dalla presenza, tra le mura dell’abbazia, della Sacra Sindone, che venne custodita segretamente al suo interno per essere protetta in tempo di guerra, e di cui venne fatta l’ostensione a beneficio della sola comunità monastica di Montevergine – unico luogo, fuori Torino, ad ospitare questo evento eccezionale – prima di fare ritorno, nel 1946, nel capoluogo piemontese.

Una storia millenaria di accoglienza e fede

Fin dal Medioevo, i monaci avevano immaginato la presenza di luoghi di accoglienza per i pellegrini prima della salita al Santuario, testimoniati da un’incisione rinvenuta nelle “Croniche di Montevergine” del Seicento, in cui la montagna appare attraversata da sentieri che conducono all’abbazia, intervallati da cappelle. Era qui che, lungo il percorso, i viandanti potevano sostare per raccogliersi in preghiera o semplicemente per riposare. Le poche ancora esistenti – quella dello Scalzatoio, dove i pellegrini usavano togliersi le calzature per proseguire il cammino a piedi scalzi fino al Santuario, e quella della cosiddetta “sedia della Madonna”, così chiamata per la presenza una sedia di pietra su cui si sarebbe seduta la Madonna di Montevergine – testimoniano la storia millenaria di un luogo e di un culto nato con la prima chiesa intitolata alla Vergine e diffuso ben presto tra le popolazioni locali e nel resto del territorio campano.

Viviana Rossi

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