È una di quelle storie in cui la politica prova a scappare dal proprio riflesso, ma finisce per trovarlo ovunque. A Castellammare, dopo le recenti inchieste della DDA, la tensione è salita alle stelle: i rapporti intrattenuti dal consigliere Gennaro Oscurato – non indagato – con chi è accusato di essere figura di spicco del clan, e le frequentazioni del figlio del consigliere Nino Di Maio – anche lui non indagato – con persone ritenute vicine alla criminalità organizzata, hanno aperto una crepa profonda nella maggioranza del sindaco Luigi Vicinanza.
Un problema politico, certo. Ma anche un paradosso. Perché con i voti di Oscurato e Di Maio, Vicinanza ha vinto le elezioni. Con quei consensi si è insediato, ha governato, ha costruito una maggioranza. E oggi? Annuncia un “atto forte”: li caccia dalla maggioranza. Ma cosa significa davvero? Sul piano formale, molto poco. I due restano consiglieri, possono sedere in commissione, intervenire in aula, votare – chissà, anche a favore del sindaco – e svolgere pienamente il loro ruolo istituzionale. È una “sanzione” politica che non cambia la matematica del consiglio né la dinamica del consiglio.
Le ombre non nascono oggi. Già durante la campagna elettorale furono sollevati, anche da il Gazzettino, interrogativi pesanti: il rischio di condizionamento del voto, il rinvenimento di presunti volantini elettorali nelle case di figure legate al clan, un clima che avrebbe meritato allora – come meriterebbe oggi – risposte chiare, rapide, incisive. Invece le risposte arrivano tardi, quando il quadro è ormai definito e la città pretende trasparenza.
Ora il sindaco tenta di prendere le distanze, ma il gesto rischia di trasformarsi in un boomerang: se Oscurato e Di Maio sono politicamente incompatibili, allora lo sono anche i voti con cui Vicinanza ha conquistato Palazzo Farnese. E se quei voti sono “impresentabili” oggi, lo erano anche ieri. Da qui nasce l’incoerenza che molti, anche nella sua stessa maggioranza, fanno fatica a ignorare.
Nel frattempo, il fronte politico si muove con passo incerto. La maggioranza rumoreggia ma non arriva alla richiesta di una commissione d’accesso, come accadde qualche anno fa nei confronti dell’amministrazione di centrodestra. Già, il centrodestra: si è svegliato tardi. Ora che chiede chiarezza, non riesce a far valere la propria voce a livello nazionale. Eppure, la commissione d’accesso non è una condanna, ma uno strumento di controllo, una verifica doverosa che dovrebbe essere proprio il sindaco a invocare se davvero vuole chiudere ogni sospetto. Ma Vicinanza, al momento, non mostra inclinazione in tal senso.
La tensione cresce anche all’interno. Il consigliere Sandro Ruotolo, ormai in più di una occasione in disaccordo con la linea del sindaco, aveva parlato apertamente di dimissioni se i consiglieri coinvolti nei sospetti non avessero fatto un passo indietro. Le sue parole sono rimaste sospese, come un segnale di allarme che l’amministrazione non può permettersi di ignorare.
Castellammare vive così un duplice cortocircuito: una crisi politica evidente e un paradosso istituzionale ancora più ingombrante. Vicinanza prova a prendere le distanze dal passato, ma quel passato è parte integrante della sua vittoria. E ora rischia di trasformarsi nella trappola da cui è difficile uscire.
Resta una domanda, più pesante delle altre: il sindaco avrà il coraggio di chiedere lui stesso la commissione d’accesso e liberare la città dal dubbio? O resterà incartato in una crisi che si è aperta nel giorno stesso in cui ha vinto? Castellammare aspetta una risposta: questa volta chiara, definitiva e soprattutto credibile.










