Gaza sempre più sola “Aut aut a Medici Senza Frontiere”

Tra freddo letale, guerra e restrizioni umanitarie, Gaza affronta l’inverno più duro: bambini morti per ipotermia, sistema sanitario al collasso e ora l’uscita forzata di Medici Senza Frontiere

Questo inverno è stato difficile da affrontare per i palestinesi. Il freddo è stato intenso, le piogge interminabili. Le immagini dei campi allagati e delle tende sommerse dal fango, si sono sovrapposte a quelle delle continue esplosioni. Alla distruzione quotidiana si è aggiunta l’usura lenta e cinica dell’inverno.

Secondo un rapporto dell’UNICEF del 20 gennaio 2026, almeno sette bambini sono morti per ipotermia quest’inverno nella Striscia di Gaza, inclusi neonati e bambini molto piccoli, a causa dell’esposizione al freddo senza ripari adeguati. In un aggiornamento delle Nazioni Unite, citato da Anadolu Agency, il numero sale a undici bambini morti per ipotermia sotto l’effetto delle condizioni invernali rigide.

Questi dati non riguardano solo i rischi sanitari legati alla guerra, ma mostrano come l’inverno stesso sia diventato letale per una popolazione costretta a vivere in tende, rifugi precari o abitazioni danneggiate, senza protezione sufficiente da freddo, pioggia e umidità.
Ora, a questo scenario già estremo, si somma un’ulteriore frattura: l’out out imposto a Medici Senza Frontiere.

Medici Senza Frontiere non gestisce un proprio “ospedale” a Gaza, ma è parte strutturale del sistema sanitario locale. Attualmente supporta sei ospedali pubblici nella Striscia, tra cui Al-Shifa, Al-Helou, Al-Aqsa, Al-Ranteesi e Nasser, fornendo personale medico, attrezzature e la gestione diretta di reparti e servizi essenziali. Oltre a questo, gestisce due ospedali da campo e una rete di cliniche e punti sanitari di base. Nel complesso, MSF sostiene circa il 20 per cento dei posti letto disponibili a Gaza e garantisce chirurgia d’urgenza, pronto soccorso, assistenza materno-infantile, vaccinazioni, supporto psicologico e accesso all’acqua potabile.
Fonte: msf.org

Il governo di Israele ha deciso di revocare la licenza operativa a MSF nella Striscia di Gaza, imponendo all’organizzazione di interrompere le attività e lasciare l’enclave entro il 28 febbraio 2026. La motivazione ufficiale è il rifiuto di MSF di consegnare alle autorità israeliane gli elenchi completi del proprio personale locale, come previsto dalle nuove regole introdotte per le ONG internazionali operanti nell’area.

Secondo Israele, si tratta di una misura necessaria per garantire sicurezza, trasparenza e prevenire possibili infiltrazioni. Secondo Medici Senza Frontiere, invece, quella richiesta rappresenta un rischio diretto per la sicurezza dei propri operatori, in un contesto in cui medici, infermieri e soccorritori sono già stati colpiti, intimiditi o uccisi.

In un comunicato ufficiale diffuso il 30 gennaio, MSF ha dichiarato di non poter condividere le informazioni nominative del proprio staff, palestinese e internazionale, in assenza di garanzie chiare sull’uso dei dati e sulla protezione delle persone coinvolte. In un conflitto in cui l’identità può diventare un bersaglio, sottolinea l’organizzazione, la consegna di liste nominative metterebbe a rischio non solo gli operatori, ma anche le loro famiglie.

La frattura è profonda: per Israele i nomi sono uno strumento di controllo; per MSF sono una potenziale condanna. Nel mezzo, resta una popolazione civile sempre più isolata.

Negli ultimi mesi, molte operazioni chirurgiche che Medici Senza Frontiere non è più riuscita a garantire a Gaza sono state dirottate ad Amman, dove l’organizzazione gestisce un ospedale pienamente operativo specializzato nella cura dei feriti di guerra. Una soluzione necessaria, ma insufficiente: le enormi difficoltà perché un paziente palestinese possa valicare il confine ed entrare in Giordania allungano inevitabilmente i tempi di accesso alle cure, trasformando l’evacuazione in un percorso complesso e incerto. In molti casi, questo ritardo incide su interventi che richiederebbero un’azione immediata e che l’assistenza differita non può sostituire, soprattutto nei casi di trauma e urgenza.

La misura contro Medici Senza Frontiere non è un caso isolato. Rientra in una più ampia stretta che ha colpito decine di organizzazioni umanitarie attive a Gaza, molte delle quali hanno visto sospendere o revocare le autorizzazioni a operare per non aver rispettato requisiti giudicati “essenziali” dalle autorità israeliane. È un cambio di paradigma netto: l’azione umanitaria non è più considerata neutra per definizione, ma un’attività da sorvegliare, regolamentare e subordinare a criteri politici e di sicurezza.

A Gaza restano operative solo poche strutture, spesso in condizioni estremamente precarie: agenzie delle Nazioni Unite, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, alcune organizzazioni locali e parte del personale sanitario palestinese, che continua a lavorare nonostante la carenza di medicinali, carburante e protezione. Servirebbe acqua pulita, servirebbe ripulire, disinfettare, garantire energia elettrica continua. Servirebbero generatori per far funzionare i macchinari salvavita. Ma a Gaza non entra quasi nulla di tutto questo.

MSF ha respinto ogni accusa di opacità o collusione, ribadendo che neutralità e indipendenza non sono negoziabili e che la protezione del personale locale è parte integrante dell’atto di cura. La sua uscita riduce ulteriormente una capacità di risposta già al limite, in un territorio dove il sistema sanitario è collassato da un pezzo.

Gennaio è passato. Il 28 febbraio segna una scadenza formale e da quel momento, a Gaza, ci si sentirà ancora più soli.

Da Amman
Ciro Scuotto

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