C’è un numero che pesa più di molte parole. Dal 2020 a oggi, soldati e coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.100 civili palestinesi in Cisgiordania, un quarto dei quali erano bambini. Per nessuno di questi morti è stato aperto un processo. L’ultima incriminazione a carico di un militare israeliano per l’uccisione di un palestinese risale al 2019; quella a carico di un civile, al 2018. Nel mezzo, il silenzio della legge.
È questo il quadro documentato da un’inchiesta del Guardian pubblicata il 25 marzo, basata sull’analisi di dati giudiziari e archivi pubblici israeliani. Un’inchiesta che ha trovato conferma nelle parole di chi, dall’interno del sistema, non riesce più a tacere: decine di ex capi militari, dell’intelligence e della polizia israeliana hanno firmato una lettera aperta definendo la situazione “terrorismo ebraico organizzato”. Tra i firmatari, due ex capi di stato maggiore, cinque ex direttori del Mossad e dello Shin Bet, quattro ex commissari di polizia. L’ex premier Ehud Olmert è andato oltre, annunciando di voler segnalare i fatti alla Corte Penale Internazionale dell’Aja: per salvare “i palestinesi e noi stessi” dalla violenza che lo Stato, a suo avviso, alimenta o lascia impunita.
I numeri del gruppo per i diritti umani Yesh Din rendono il sistema ancora più leggibile: oltre il 96% delle indagini di polizia sulla violenza dei coloni tra il 2020 e il 2025 si è chiuso senza rinvii a giudizio. Su 1.746 denunce presentate da palestinesi per danni causati dai militari tra il 2020 e il 2024, comprese oltre 600 uccisioni, meno dell’uno per cento ha portato a un’incriminazione. “Il sistema legale israeliano, sia civile che militare, funziona meno come meccanismo di giustizia e più come scudo per i perpetratori”, ha dichiarato al Guardian la direttrice di Yesh Din, Ziv Stahl.
Gerusalemme Est: le famiglie cacciate durante il Ramadan
Nella stessa giornata del 25 marzo, a pochi chilometri dal centro della città più contesa del mondo, le forze dell’ordine israeliane hanno eseguito l’ennesima fase di uno sgombero che va avanti da anni. Nel quartiere di Batn al-Hawa, nel cuore di Silwan a Gerusalemme Est, undici famiglie palestinesi sono state cacciate dalle proprie abitazioni. Le loro case sono state immediatamente trasferite all’organizzazione di coloni Ateret Cohanim, in applicazione di una sentenza della Corte Suprema israeliana che riconosce la proprietà ebraica pre-1948 su quei terreni.
Il meccanismo è sempre lo stesso: Ateret Cohanim, attraverso il controllo del cosiddetto Fondo Benvenisti, rivendica la proprietà storica dei terreni e ottiene dai tribunali israeliani ordini di sgombero che i palestinesi, esauriti tutti i gradi di appello, non possono più impugnare. Una legge del 1970 consente agli ebrei di rivendicare proprietà perdute nella guerra del 1948; una norma speculare che garantisca lo stesso diritto ai palestinesi rifugiati non esiste. I residenti palestinesi di Batn al-Hawa vivono in quelle case da oltre sessant’anni.
Secondo l’organizzazione israeliana B’Tselem, quello del 25 marzo segna l’inizio di un’ondata più grande: circa 2.200 persone nel solo quartiere di Batn al-Hawa rischiano di perdere la casa nelle prossime settimane. “Il governo e un sistema legale discriminatorio stanno espellendo un’intera comunità palestinese sostituendola con nazionalisti ebraici”, ha dichiarato il gruppo. “Questo accade nella Gerusalemme del 2026”.
Masafer Yatta: un lavoratore ucciso, otto feriti
Nella sera dello stesso giorno, a sud di Hebron, si consumava un’altra storia. Nelle colline di Masafer Yatta, un gruppo di veicoli che trasportava operai palestinesi è stato inseguito e colpito con fuoco vivo da forze dell’esercito israeliano e da coloni. Diversi mezzi si sono ribaltati. Yusri Majed Abu Qbeita, 31 anni, è morto. Altri otto lavoratori sono rimasti feriti, uno in condizioni critiche. La notizia è stata confermata dall’agenzia palestinese WAFA e dalla Mezzaluna Rossa Palestinese.
Masafer Yatta è un nome già noto a chi segue le vicende della Cisgiordania occupata: una zona rurale dove le comunità beduine e contadine palestinesi subiscono da anni pressioni costanti, demolizioni e attacchi. Solo da inizio marzo, dall’avvio dell’offensiva israelo-statunitense contro l’Iran che ha spostato l’attenzione internazionale, la violenza dei coloni in Cisgiordania è aumentata di circa il 25% rispetto al periodo precedente, secondo dati dell’organizzazione al-Baidar.
Un sistema, non una serie di incidenti
Sgomberi, inseguimenti, uccisioni. Tre storie che si intrecciano in una sola giornata, ma che fanno parte di un unico sistema che l’inchiesta del Guardian mette in fila con precisione clinica: la violenza non viene punita perché non è previsto che venga punita. Non si tratta di disfunzioni del sistema legale israeliano. Si tratta, documentano i ricercatori di Yesh Din, di un sistema che funziona esattamente come è stato costruito per funzionare.
L’Onu ha registrato 25 palestinesi uccisi da soldati e coloni israeliani in Cisgiordania solo nei primi quindici giorni di marzo 2026. La Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato nel 2024 che la presenza israeliana nei territori occupati è illegale e va posta fine “il più rapidamente possibile”. Nel frattempo, ad Ateret Cohanim vengono consegnate le chiavi di case dove le famiglie vivevano da sessant’anni. E Yusri Abu Qbeita, 31 anni, non tornerà a casa.
Corrispondente dal Medio Oriente
Ciro Scuotto
Fonti – The Guardian (25/03/2026), WAFA – Palestinian News Agency, Times of Israel, Middle East Eye, B’Tselem, Yesh Din, UN OCHA, Peace Now, Al Jazeera.









