La prima volta che ho visto le immagini dell’arresto di Nicolas Maduro ho pensato a un set cinematografico. Forze speciali americane che entrano a Caracas nella notte, un uomo in pigiama estratto dal compound militare di Forte Tiuna, la moglie Cilia Flores accanto a lui, entrambi trascinati su una nave da guerra nel buio del Mar dei Caraibi. Mi ha ricordato una scena di Breaking Bad, o forse Mission Impossible, uno di quei film dove la potenza americana si ostenta con la stessa cura estetica con cui Hollywood costruisce i suoi climax. Gli americani, del resto, hanno sempre avuto questo vizio: rappresentare la vittoria come spettacolo, trasformare la geopolitica in cinematografia e la cinematografia in geopolitica.
Poi l’ho riguardata con più calma, quella sequenza di immagini, e mi è tornato in mente un altro arresto. Saddam Hussein, dicembre 2003, estratto da una buca nel terreno vicino Tikrit, barba lunga, occhi smarriti, un medico militare americano che gli apre la bocca come si fa con un animale al mercato. Anche lì, la stessa regia. La stessa ostentazione. Il messaggio non era rivolto a Saddam, era rivolto al mondo: guardate cosa possiamo fare, guardate fin dove arriviamo.
Ora: Maduro era un buon governante? Non credo. Era un democratico? Probabilmente no. Le elezioni del luglio 2024 pare siano state giudicate fraudolente da Unione Europea, Brasile, Colombia e Cile. La repressione dei manifestanti è documentata, i prigionieri politici anche. Ma la domanda che continuo a rigirarmi è un’altra, e riguarda la modalità, non il merito. Uno stato sovrano può essere invaso militarmente da una potenza straniera, il suo presidente catturato e portato a Brooklyn in attesa di processo, senza mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, senza dichiarazione di guerra, senza nessuna delle forme che il diritto internazionale prevede? Perché se la risposta è sì, allora stiamo parlando di una logica che non è molto distante da quella che attribuiamo ai criminali. Cambia la potenza di fuoco, non la struttura del ragionamento.
L’Operation Absolute Resolve, questo il nome scelto dalla Casa Bianca per l’operazione del 3 gennaio 2026, ha una sua coerenza storica. Trentasei anni prima, nel 1989, gli americani erano entrati a Panama nello stesso modo per catturare Manuel Noriega, accusato di traffico di droga. Il mandato di arresto federale contro Maduro, emesso nel 2020 sempre per narcoterrorismo, era lì che aspettava. Trump lo ha definito “il display di potere militare americano più spettacolare dalla Seconda Guerra Mondiale“. Il Segretario Generale dell’ONU Guterres ha parlato di “precedente pericoloso”. Due letture dello stesso fatto che non potrebbero essere più distanti.
Da quel 3 gennaio, il Venezuela è tecnicamente governato da Delcy Rodriguez, insediata presidente ad interim il 5 gennaio. Ma il paese reale lo governa Washington, e Trump non ha fatto nulla per nasconderlo: “Gestiremo il paese fino a quando non sarà possibile una transizione sicura e ordinata“. Traduzione: fino a quando non avremo sistemato quello che ci interessa davvero.
E quello che interessa davvero è sotto terra. Il Venezuela ha le riserve di petrolio provate più grandi del pianeta: circa 300 miliardi di barili, il 17 percento del totale mondiale. Da febbraio 2026, il Tesoro americano ha emesso licenze generali che autorizzano esplorazione e produzione nel paese. Chevron ha dichiarato di poter aumentare la produzione del 50 percento entro diciotto mesi. Repsol, ENI e altre stanno facendo richiesta di autorizzazioni individuali. I ricavi del petrolio venduto passano attraverso un fondo sotto supervisione americana, e il blocco navale sulle petroliere non autorizzate garantisce che nessuno venda un barile senza il permesso di Washington. C’è chi chiama questo liberazione. Io lo chiamo quello che è: un cambio di padrone con la forza.
Poche settimane dopo Caracas, tra febbraio e marzo 2026, le tensioni militari con l’Iran sono escalate. Non esiste una dichiarazione ufficiale che colleghi esplicitamente i due teatri, ma la logica è la stessa: quello che Trump chiama “energy dominance“, il controllo delle risorse energetiche come strumento di potere globale. L’Iran è il secondo fornitore di petrolio della Cina. Il Venezuela, prima dell’operazione, ne era un altro. Entrambi operano fuori dal sistema finanziario americano. Entrambi riforniscono Pechino. Analisti di Carnegie Endowment e Atlantic leggono i due interventi come espressioni della stessa dottrina: togliere a Cina e Russia l’accesso alle riserve energetiche globali. Una guerra fredda combattuta sul terreno del petrolio, i cui costi vengono scaricati, come sempre, sulle popolazioni civili.
Ma mi fermo qui un momento, perché c’è una domanda che mi accompagna da mesi e che trovo sistematicamente elusa nel dibattito pubblico: queste guerre energetiche, almeno in parte, non si stanno combattendo anche per alimentare l’intelligenza artificiale? È possibile? È probabile? Proviamo a ragionarci, anche a partire da una cosa apparentemente banale. Quanto costa, in termini energetici, generare un video di un gattino che cavalca un cavallo? Più di quanto si pensi. Ogni richiesta complessa a un sistema di IA consuma centinaia di volte più energia di una normale ricerca su Google. Moltiplicate questo per i miliardi di interazioni quotidiane, aggiungete i video generati, le immagini false, i contenuti di disinformazione prodotti su scala industriale, e iniziate ad avere un’idea della mole di risorse che questa macchina divora ogni giorno, non per cure mediche o ricerca scientifica, ma per produrre spazzatura digitale.
I dati sono precisi e non lasciano molto spazio all’ottimismo. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, un data center di grandi dimensioni consuma tanta elettricità quanta ne consumano 100 mila abitazioni. Ricercatori di Cornell, in uno studio pubblicato su Nature Sustainability a novembre 2025, proiettano che entro il 2030 l’infrastruttura IA americana potrebbe consumare tra 731 milioni e oltre un miliardo di metri cubi d’acqua l’anno, pari al fabbisogno idrico domestico di sei-dieci milioni di persone, acqua per raffreddare i server, acqua che in molte parti del mondo non c’è. La stessa infrastruttura potrebbe emettere tra 24 e 44 milioni di tonnellate di CO2 annue. Le grandi compagnie tecnologiche americane stanno investendo centinaia di miliardi in questi sistemi. Hanno bisogno di energia. Molta. E quella energia, finché la transizione non sarà completata, ammesso che si voglia davvero completarla, passa ancora dagli idrocarburi. Dal Venezuela. Dall’Iran. Da chiunque abbia la sfortuna di stare seduto sopra un giacimento.
Allora la domanda diventa inevitabile: a cosa serve davvero questa magnifica macchina? A moltissime cose utili, alcune straordinarie: diagnosi mediche, ricerca sui cambiamenti climatici, accessibilità per persone con disabilità. Ma anche ad addestrare sistemi d’arma autonomi, a produrre disinformazione, a sorvegliare popolazioni su scala di massa. La tecnologia non è neutrale, non lo è mai stata. E se non decidiamo collettivamente a cosa deve servire, se non la regolamentiamo con la stessa serietà con cui regolamentiamo i farmaci o le centrali nucleari, continueremo a combattere guerre per il petrolio che serve ad alimentare server che producono video falsi e gattini digitali, mentre il pianeta si scalda e l’acqua finisce.
Sono cresciuto con dei valori precisi: la legalità, la solidarietà, il diritto internazionale come argine alla legge del più forte. Non per ingenuità, ma perché quelle norme esistono esattamente per impedire che il mondo torni a essere quello che era prima che venissero scritte. Guardo quello che sta succedendo in Venezuela, a Gaza, guardo le tensioni con l’Iran, e resto puntualmente interdetto, sconcertato, con una forte sensazione di disagio.
Nel 1955 Enrico Mattei, presidente dell’ENI, propose ai paesi produttori una divisione degli utili più equa di quella imposta dalle grandi compagnie angloamericane. Fu un atto di politica estera sovrana. Morì in un incidente aereo nel 1962, in circostanze mai del tutto chiarite. L’Italia che conosco dalla Costituzione, quella che all’articolo 11 “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, quella Italia mi sembra molto lontana dal paese che vedo oggi. Non mi basta sapere che Maduro era un autocrate per smettere di chiedermi con chi ci stiamo sedendo a tavola, e a quale prezzo.
Sono domande che meritano risposte pubbliche. Non consenso tacito.
da Amman
Ciro Scuotto








