C’è un momento, nella storia di un conflitto, in cui la macchina della guerra smette di essere una risposta e diventa una logica autonoma. Un ingranaggio che gira su se stesso, che produce orrore senza che nessuno abbia il coraggio di premere il tasto stop. Siamo in quel momento.
Questo non è un racconto di fantascienza. Non è un romanzo distopico, né la sceneggiatura di un thriller geopolitico. È la cronaca di ciò che accade a pochi chilometri da qui, da Amman, mentre scrivo queste righe e le sirene antiaeree si alternano ai jet militari e agli elicotteri da guerra.
Il fiume Litani come nuova linea del fronte
L’avanzamento e di conseguenza l’occupazione israeliana, anche in Libano, si palesa il 18 marzo 2026: il ministro della Difesa israeliano Israel Katz impartisce un ordine che ha il sapore di un annuncio di destino: distruggere tutti i ponti sul fiume Litani. Il governo israeliano annuncia ufficialmente l’intenzione di assumere il controllo permanente di una zona di sicurezza che si estende per circa trenta chilometri all’interno del territorio libanese, fissando il limite invalicabile al fiume Litani.
Israele bombarda cinque dei sei ponti principali che connettono il sud del Libano al resto del Paese. Non si tratta di bersagli militari nel senso classico del termine, ma di obiettivi con uno scopo logistico preciso. Le forze israeliane interrompono i collegamenti tra le regioni di Nabatieh e Bint Jbeil, in un’operazione avviata il 18 marzo con l’obiettivo dichiarato di distruggere tutte le strutture che attraversano il fiume.
Il risultato è immediato e brutale: circa 150.000 persone rimangono isolate. Il presidente libanese Joseph Aoun chiama le cose con il loro nome: un tentativo esplicito di tagliare le connessioni geografiche tra la regione a sud del fiume Litani e il resto del territorio libanese.
Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich non lascia spazio all’interpretazione. Dopo il bombardamento del ponte Al-Qasmiya, dichiara: “Questo è il giusto confine tra il Libano e Israele”. Le sue parole, non quelle di un generale ma del ministro dell’Economia, disegnano una mappa. La distruzione sistematica dei ponti e delle infrastrutture civili indica la volontà di creare un vuoto demografico: se i civili libanesi non potranno tornare, quella fascia di terra diventerà a tutti gli effetti una nuova porzione di territorio controllato da Israele. Ennesima violazione del diritto internazionale, ennesima occupazione a tempo indeterminato.
Il ministro Katz è esplicito: le centinaia di migliaia di civili libanesi costretti a fuggire dal sud non potranno ritornare fino a quando non sarà garantita la sicurezza per gli abitanti del nord di Israele. Nel frattempo, ventisei dei ventotto impianti di pompaggio dell’acqua nel sud del Paese sono stati colpiti, alcuni in maniera irreparabile. Katz, che non ha mai lesinato in franchezza, ha dichiarato di voler applicare la dottrina Gaza: spianare e poi invadere. Ha sicuramente il pregio della sincerità. Ma la politica disumanizzante di Israele non si placa, e al parlamento decidono di tornare dal 2026 al Medioevo in meno di mezz’ora.
La Knesset approva la forca
Il 30 marzo 2026, il parlamento israeliano approva una legge che riporta indietro le lancette della storia. La Knesset approva la legge sulla pena di morte per terrorismo con 62 voti favorevoli e 48 contrari, nonostante gli appelli internazionali. La legge stabilisce che la pena di morte mediante impiccagione diventi la punizione per i palestinesi della Cisgiordania condannati per omicidi a sfondo nazionalistico. Come se i palestinesi nella West Bank se la fossero passata bene ultimamente.
Dal 2020 a oggi, soldati e coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.100 civili palestinesi in Cisgiordania, un quarto dei quali erano bambini. Per nessuno di questi morti è stato aperto un processo. L’ultima incriminazione a carico di un militare israeliano per l’uccisione di un palestinese risale al 2019; quella a carico di un civile, al 2018. Nel mezzo, il silenzio della legge.
La legge sancisce di fatto la pena capitale solo per i palestinesi, poiché esclude esplicitamente i cittadini o i residenti israeliani. Solo i palestinesi vengono processati dai tribunali militari. Non è una legge antiterrorismo universale. È una legge su chi può essere impiccato e chi no, in base alla propria etnia e al regime giuridico al quale è sottoposto.
La pena sarà comminata con l’impiccagione entro 180 giorni dalla sentenza. La giuria potrà approvarla con una maggioranza semplice, senza unanimità. L’unica volta nella storia di Israele in cui la pena di morte è stata applicata era il 1962, per il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann. Sessantaquattro anni di astensione, infranti in una votazione parlamentare di fine marzo 2026, in piena Settimana Santa.
Francia, Italia, Regno Unito e Germania avevano pubblicato un comunicato congiunto prima dell’approvazione, esprimendo preoccupazione per la natura discriminatoria del testo. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir festeggia stappando una bottiglia. “Abbiamo fatto la storia”, scrive su X.

Trump dice di trattare. Teheran dice il contrario
Su questo sfondo di polvere e sangue, si svolge uno dei dialoghi più surreali della storia diplomatica contemporanea, e forse uno dei più pericolosi.
Donald Trump annuncia una svolta sulla guerra in Iran: gli Stati Uniti rinviano tutti gli attacchi contro la Repubblica islamica dopo colloqui che definisce molto buoni e produttivi. “Abbiamo raggiunto un accordo sui punti principali”, afferma, aggiungendo che Teheran ha accettato di non sviluppare l’arma nucleare.
La risposta iraniana è immediata e senza sfumature. Il comando unificato delle forze armate, dominato dai Guardiani della Rivoluzione, nega qualsiasi trattativa con Washington. Il portavoce Ebrahim Zolfaqari dichiara in televisione: “Il livello del tuo conflitto interiore è arrivato al punto che negozi con te stesso?”
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Baqaei scrive su X: “Non abbiamo avuto alcun negoziato con gli Stati Uniti in questi 31 giorni. Quello che è successo è una richiesta di negoziati insieme a una serie di proposte arrivate tramite intermediari, tra cui il Pakistan.”
Quello che emerge da questo scambio non è soltanto una divergenza di versioni: è la struttura stessa di una crisi che nessuna delle due parti sembra voler o poter chiudere. Washington ha bisogno di una narrazione di vittoria. Teheran ha bisogno di non sembrare che cede. Nel mezzo, il prezzo del petrolio sale e i morti si contano. Il Brent è scambiato intorno ai 104 dollari al barile, con un’impennata del 60 per cento rispetto ai valori prebellici. Il bilancio delle vittime conta oltre 1.500 morti secondo i dati iraniani, mentre le autorità sanitarie libanesi comunicano che le vittime in Libano superano il migliaio.
L’altra storia possibile che andrebbe almeno valutata
Eppure, a pochi fusi orari di distanza, esiste una storia diversa. Una storia che ci ricorda che le scelte energetiche non sono mai neutrali: sono scelte di pace o di guerra.
Il 16 aprile 2025, per la prima volta nella storia della Spagna, la rete elettrica ha funzionato interamente con energia rinnovabile durante un giorno feriale: l’eolico e il fotovoltaico si sono combinati per generare oltre il 100% della domanda totale. Non è un dettaglio tecnico. È una risposta politica.
Mentre il Medio Oriente brucia per il controllo delle riserve di idrocarburi, mentre lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale, è militarizzato e conteso, la Spagna dimostra che un’alternativa è praticabile. Investire nelle rinnovabili non è soltanto una scelta ambientale: è una scelta di sicurezza nazionale ed economica.
La Spagna ha chiuso il 2025 con una quota di energia rinnovabile pari al 55,5% della produzione elettrica, con l’obiettivo dell’81% entro il 2030 e il phase-out dal nucleare entro il 2035. Se nella prima metà del 2019 i combustibili fossili dettavano il prezzo dell’energia in Spagna per il 75% del tempo, nella prima metà del 2025 questa percentuale era crollata ad appena il 19%.
La transizione energetica non è un lusso da Paese ricco. È la precondizione per un mondo meno infiammabile. Ogni turbina eolica accesa è un passo fuori dal tunnel. È una scelta che sottrae benzina, in senso letterale, a questa macchina che sembra non volersi fermare.
da Amman
Ciro Scuotto








