Chi crollerà per primo? Il paradosso economico della guerra all’Iran

Mentre Teheran resiste con lo Stretto in mano, la Russia incassa miliardi e l'Europa trema per le bollette. I conti di una guerra che nessuno ha chiesto

Come negli incontri di pugilato in cui si scommette su chi toccherà il pavimento per primo, in questo conflitto le borse scommettono sull’andamento del petrolio. Il problema è che qui le persone muoiono. Analizzare i conti, però, è diventato necessario per capire le politiche contemporanee, sempre più lontane dal diritto internazionale e da qualsiasi misura di umanità. I numeri non restituiscono i morti, ma raccontano le scelte di chi li ha prodotti.

L’Iran arriva a questa guerra già con le ossa rotte. Il rial era crollato da 42.000 a oltre un milione di unità per dollaro prima ancora del primo missile. L’inflazione superava il 48%. Sette milioni di iraniani avevano fame. La banca centrale aveva appena emesso la banconota da dieci milioni di rial, la più grande della storia del paese. Una cifra che in un altro contesto suonerebbe come ricchezza,  lì era semplicemente la misura del disastro. Con la guerra, l’inflazione alimentare ha raggiunto il 105%. Il PIL si contrarrà del 9,4% nel 2026. Le infrastrutture petrolifere colpite non torneranno operative prima della fine dell’anno.

Sulla carta, l’economia iraniana era quella più scontata a crollare per prima. Anni di sanzioni, crisi strutturale, proteste in tutte le 31 province. Invece sta dimostrando una resistenza inaspettata, soprattutto militare. Teheran ha dichiarato più volte di essere pronta a far durare il conflitto fino a quando Israele e America non si arrenderanno. Una guerra che stava nascendo come operazione chirurgica si sta trasformando lentamente in una guerra di logoramento. E nel logoramento, chi ha meno da perdere tiene più a lungo.

La chiave è lo Stretto di Hormuz. Quella striscia d’acqua larga tra i venti e i quaranta chilometri attraverso cui passa un quinto del petrolio mondiale. L’Iran lo tiene bloccato con mine, missili e droni. È la sua unica pistola puntata alla tempia del mondo. È la sua moneta di scambio per qualsiasi negoziato. Finché regge quella leva, la repubblica islamica non crolla – almeno non prima degli altri.

Nel mezzo di tutto questo, entra in scena una storia che a un occhio poco attento potrebbe sembrare l’asso nella manica di Trump: il Venezuela. Ragionamento semplice: se va male in Medio Oriente, ho comunque le riserve venezuelane per superare l’inverno, per tenere i prezzi, per non fare la figura del presidente che ha scatenato una guerra e ha aumentato la benzina. Il Tesoro americano ha emesso una licenza che alleggerisce le sanzioni sul settore petrolifero di Caracas, pensata per incentivare nuovi investimenti e aumentare l’offerta globale. Il problema è che il Venezuela ha sì le maggiori riserve di petrolio al mondo, 300 miliardi di barili, ma ha un’industria arrugginita da decenni di approssimazione e il suo greggio denso richiede molta più raffinazione. La produzione non si aumenta dall’oggi al domani. L’asso nella manica, per ora, è ancora nel mazzo.

Israele nel frattempo, per la sua espansione coloniale tra Gaza, West Bank e Libano, non bada a spese. E il perimetro si allarga: truppe israeliane sono presenti in territorio siriano dalla caduta di Assad, con Netanyahu che ha dichiarato pubblicamente l’occupazione della zona cuscinetto sul Golan – che sorpresa, esclamerebbero i più svegli. Il Knesset ha approvato il bilancio più grande della storia del paese: 271 miliardi di dollari. La spesa per la difesa è salita del 120% rispetto ai livelli pre-Gaza. Il costo operativo della guerra è di circa tre miliardi di dollari alla settimana, una manciata di noccioline. Le scuole sono chiuse, i riservisti mobilitati tolgono forza lavoro all’economia, i consumi con carta di credito sono crollati del 19% nella prima settimana di conflitto. Il deficit, che a dicembre era previsto al 3,9% del PIL, è già al 4,9%. Fitch lo stima realisticamente al 5,7% e ha rivisto l’outlook a negativo. Nel nord del paese, lungo il confine libanese, c’è una seconda guerra aperta. Netanyahu ha allargato la zona cuscinetto. Ogni giorno di fronte attivo è un giorno di spesa che non era in bilancio. In un anno elettorale, nessuno vuole fare i tagli veri. Il conto si rimanda. Ma il conto resta.

Tra i tre che litigano, chi gode davvero? A quanto pare Putin non se la passa male: gli occhi del mondo sono almeno per ora, lontani dall’Ucraina, e la Russia torna a vendere energia con il massimo della potenza. Mosca guarda questo conflitto con la soddisfazione silenziosa di chi ha aspettato il momento giusto. Prima del 28 febbraio i ricavi energetici russi erano in caduta libera, sotto i dieci miliardi mensili. Il Cremlino si preparava a tagliare il 10% di tutte le spese non militari. Poi è arrivata la guerra, lo Stretto si è chiuso, i prezzi sono esplosi, e dettaglio non secondario, gli stessi americani hanno sospeso le sanzioni sul petrolio russo per tenere i mercati fermi. In quindici giorni, Mosca ha incassato 7,7 miliardi di euro dalle esportazioni di combustibili fossili. Potrebbe accumulare fino a 151 miliardi di dollari extra nel 2026. La guerra in Ucraina aveva prosciugato le casse russe. La guerra all’Iran le sta riempiendo.

La Cina osserva tutto con calma come fanno i vecchi che guardano i cantieri dei lavori in corso, in questo caso sono cantieri di distruzione, per la ricostruzione di un mondo migliore c’è ancora troppo da aspettare. La vecchia Cina quindi sta comprando energia dalla Russia a prezzi favorevoli, aspettando che la polvere si depositi. Perde l’accesso al petrolio iraniano a sconto, ma compensa con quello russo. Sa che più dura il conflitto, più dipenderà da Mosca. Non è un problema che la disturba nell’immediato, e probabilmente non lo sarà mai.

Ma quindi chi sta crollando davvero? In questo mondiale di boxer anche se sul ring non ci è mai salito, a perdere siamo proprio noi, senza combattere sanguiniamo già ed è solo l’inizio.

L’Europa, Spagna a parte, non sa che cerotto mettere. Per non parlare dell’Italia poi che non ha mai avuto una politica energetica vera, rinnovabile, credibile dai tempi di Mattei.

Gli stoccaggi di gas erano già al 30% della capacità dopo un inverno rigido. Le forniture qatariote sono saltate dopo gli attacchi agli impianti di Ras Laffan. I prezzi del gas nel mercato olandese TTF sono quasi raddoppiati. Una seconda crisi energetica, cinque anni dopo quella russa. Stessi meccanismi, stesso cortocircuito politico, stessa Europa divisa, senza piani energetici sufficienti a reggere una guerra che non ha scatenato e che non riesce a fermare. Il panico da bollette cresce giorno per giorno. Il rischio di recessione tecnica già nel secondo trimestre non è uno scenario pessimistico: è la previsione di base.

Nel pugilato, vince chi regge più a lungo, non chi colpisce più forte. Noi comuni mortali dovremmo smettere di trattare questa guerra come fosse l’anticipo dei mondiali. Serve pressione politica, prima nazionale, poi europea, perché i nostri rappresentanti inizino finalmente a fare la loro parte davanti a questo disastro internazionale. La guerra si può fermare. Ma solo se qualcuno decide che vale la pena provarci, senza aspettare il vincitore o il perdente.

da Amman
Ciro Scuotto