Per pura curiosità. Tutto è cominciato così.
Ho visto un video su Instagram: un palestinese aveva tra le mani un missile inesploso, ne mostrava la fattura a firma americana, lanciato da Israele. Intorno a lui, i bombardamenti erano ancora in corso. Ho esclamato tra me e me: questa è follia pura. E subito dopo mi sono fatto una domanda che non riuscivo a togliermi dalla testa: come ci si comporta in un caso simile? Come si mette in sicurezza un territorio, prima, durante e dopo un conflitto?

La curiosità ha cominciato a scavare, a ricercare, a provare a capire. L’Euro-Med Human Rights Monitor, organizzazione con sede a Ginevra e status consultivo presso le Nazioni Unite, stima che dall’inizio del conflitto siano state sganciate su Gaza oltre 85.000 tonnellate di esplosivi, una cifra che alcuni analisti proiettano fino a 150.000 tonnellate considerando l’intero arco del conflitto. Per dare un riferimento: le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 equivalevano complessivamente a circa 35.000 tonnellate di TNT. Il problema non si esaurisce con le esplosioni: il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) ha aperto un’indagine formale sulla contaminazione chimica del suolo e delle falde acquifere, documentando la presenza di metalli pesanti e sostanze tossiche nelle macerie. Rischi che, secondo gli esperti, si protraggono per anni dopo la fine dei combattimenti.

Ma oltre a quelle esplose, ripensando al video su Instagram, mi sono chiesto: e tutte quelle inesplose? Chi interviene? Mi sono rimesso alla ricerca, al lavoro ancora una volta. Ho cercato organizzazioni, enti, persone che si occupassero di questo lavoro: un lavoro che immaginavo oscuro, tecnico, lontano dai riflettori. E ho trovato MAG, Mines Advisory Group, un’organizzazione che opera in situazioni come questa da molti anni, in molti angoli del mondo devastati dalla guerra.

Ho incontrato MAG. Ho incontrato Chiara Butti, che coordina il progetto per la Palestina operando però da Amman, in Giordania, perché entrare a Gaza, oggi, non è possibile nemmeno per chi vorrebbe soltanto renderla più sicura. Chiara è italiana, come me. Dal nostro incontro è nato questo approfondimento. L’ho chiamato necessario perché lo è davvero; per capire cosa resta quando le bombe smettono di cadere, e cosa serve per permettere alla vita di ricominciare.

Gaza, ottobre 2025. © MAG

Quando la guerra finisce, il pericolo no

Nei conflitti armati esiste una fase che raramente raggiunge i titoli dei giornali: quella in cui le bombe hanno già smesso di cadere ma continuano a uccidere. È il tempo degli ordigni inesplosi, sepolti sotto le macerie, nascosti nel terreno, dimenticati nei cortili. In Gaza, quel tempo è già cominciato, anche mentre i bombardamenti proseguono, perché stanno proseguendo anche se nessuno ne parla più.

MAG, Mines Advisory Group, è un’organizzazione umanitaria internazionale specializzata proprio in questa fase invisibile. Aiuta le comunità a sopravvivere al dopoguerra, riducendo i rischi posti dagli ordigni esplosivi: mine antiuomo, bombe inesplose, granate abbandonate, razzi che non sono detonati. “Il nostro ruolo è sia immediato che di lungo periodo”, spiega Chiara Butti, responsabile della missione MAG per i Territori Palestinesi Occupati. “Proteggiamo i civili adesso e, quando le condizioni lo permettono, contribuiamo a rendere sicure le terre, le case, i servizi e le infrastrutture affinché le persone possano tornare, muoversi liberamente e ricostruire.”

Un operatore MAG conversa con un residente tra le macerie di Al-Nasr — Gaza, dicembre 2025. © MAG

Gaza non è un campo minato classico

C’è una differenza cruciale tra Gaza e molti altri contesti in cui operano le organizzazioni di sminamento umanitario. In Cambogia, in Angola, in Mozambico, la contaminazione da mine segue logiche abbastanza prevedibili: segue linee di fronte note, corridoi strategici, confini. Si può cartografare, segnalare, evitare.

Gaza è diversa. La minaccia non viene da mine deliberatamente posate, ma da una pioggia di bombe e proiettili che si è abbattuta su un territorio densamente abitato. Bombe aeree, colpi di artiglieria, missili, razzi, granate, e una percentuale di tutti questi ordigni che, per ragioni tecniche, non esplode al momento dell’impatto. Finisce sotto le macerie. Aspetta.

“In un ambiente urbano pesantemente bombardato come Gaza, la contaminazione è spesso dispersa e stratificata nelle macerie e nelle infrastrutture danneggiate, il che la rende più difficile da gestire”, dice Butti. “Gli edifici crollano, i detriti si spostano e i pericoli possono essere nascosti: anche quando si conosce il punto di impatto di un missile, non è detto che l’ordigno sia visibile o si trovi dove le persone immaginano.”

Un ordigno inesploso tra la vegetazione — questo tipo di ritrovamento è comune nelle aree post-conflitto. © MAG

Quanti ordigni inesplosi ci sono?

La risposta onesta è: non lo sappiamo con certezza. E l’incertezza stessa è parte del problema.

L’esercito israeliano ha dichiarato che ci sarebbero circa 2.500 bombe aeree che non hanno detonato, oggetti relativamente tracciabili, perché i lanci vengono registrati. Ma questa stima riguarda solo le bombe più grandi. Non considera le granate, i proiettili di artiglieria, i razzi, i dispositivi improvvisati. “Ci aspettiamo che ci siano molti più ordigni inesplosi sepolti sotto le macerie”, dice Butti.

Modelli statistici basati sui tassi di fallimento degli esplosivi possono generare stime indicative, ma restano approssimazioni finché non sarà possibile una valutazione sistematica. E quella valutazione sistematica, per ora, non è possibile. “La mancanza di certezza aumenta essa stessa il rischio”, sottolinea Butti, “perché le persone non sanno cosa si trova sotto i detriti.”

Sessione EORE per bambini in un campo di sfollati — Zona Centrale, dicembre 2025. © MAG

L’educazione al rischio come prima linea di difesa

In assenza di accesso per le operazioni tecniche di bonifica, MAG ha concentrato la propria risposta su ciò che è possibile fare ora: l’educazione al rischio da ordigni esplosivi (EORE, Explosive Ordnance Risk Education). Sessioni con adulti e bambini per spiegare come riconoscere un ordigno, perché non toccarlo, dove segnalarlo.

Dal settembre 2024, MAG insieme al suo partner locale Save Youth Future Society ha condotto più di 30.000 sessioni di questo tipo, raggiungendo oltre mezzo milione di persone, tra cui più di 140.000 bambini. Le donne e le ragazze rappresentano oltre il 59% dei partecipanti.

L’approccio si è evoluto nel tempo. All’inizio erano sessioni brevi e urgenti, pensate per rispondere alla minaccia immediata. Poi, gradualmente, si è passati a sessioni più lunghe e integrate, che combinano i messaggi di sicurezza con supporto psicosociale. Sono stati distribuiti anche oltre 16.000 opuscoli e volantini.

“L’educazione al rischio non rimuove la contaminazione”, ammette Butti, “ma può prevenire tragedie modificando i comportamenti nei momenti critici.”

Distribuzione di materiali informativi a famiglie in fuga — Gaza, ottobre 2025. © MAG

Il problema dell’accesso

MAG vorrebbe fare di più. Vorrebbe portare le proprie squadre tecniche dentro Gaza per iniziare le operazioni di bonifica vera e propria. Non può farlo.

“Il principale ostacolo è che un lavoro su larga scala richiede condizioni che non sono ancora in atto: approvazioni formali di accesso e registrazione da parte delle autorità israeliane, la possibilità di far entrare il personale specializzato in sicurezza, e il permesso di importare gli strumenti e le attrezzature necessari per lavorare in un ambiente gravemente danneggiato.”

I blocchi sono multipli: sicurezza, burocrazia, politica. “Il punto che vogliamo sottolineare”, dice Butti, “è che la bonifica deve essere inquadrata e resa possibile come operazione umanitaria, non politica o militare.”

Nel frattempo, le Nazioni Unite attraverso UNMAS (UN Mine Action Service) operano come autorità transitoria de facto per le attività di mine action a Gaza. Ma la mancanza di una struttura sistematica significa che, in larga misura, il peso ricade sui civili stessi.

Sessione EORE all'aperto per bambini — Gaza, dicembre 2025. © MAG
Un’educatrice MAG conduce una sessione con un gruppo di bambini — Gaza, gennaio 2025. © MAG
Sessione EORE all’aperto per bambini — Gaza, dicembre 2025. © MAG

Il ruolo strategico di Amman

Il quartier generale regionale di MAG si trova ad Amman, in Giordania. Non è una scelta casuale: la vicinanza geografica alla Cisgiordania e a Gaza permette di pianificare, formare, produrre materiali e essere pronti a intervenire rapidamente quando le condizioni lo consentiranno.

Da Amman, MAG sviluppa e aggiorna i contenuti educativi, fornisce orientamento tecnico ai partner, garantisce la qualità delle sessioni, supporta la comunicazione digitale per raggiungere le persone la cui libertà di movimento è limitata. Quando si è aperta una finestra di cessate il fuoco, MAG è riuscita a far arrivare un suo specialista a lavorare con UNMAS. È un segnale di cosa potrebbe essere possibile su scala più ampia.

Un deminaio MAG al lavoro nel sud del Libano — operazioni di bonifica in un territorio post-conflitto. © MAG

Il rischio generazionale

Cosa succede se il problema degli ordigni inesplosi a Gaza non viene affrontato in modo strutturato nei prossimi anni, anche dopo la fine dei combattimenti?

“Il rischio più grande è un lungo dopoterremoto di morti e lesioni invalidanti evitabili, specialmente tra i bambini, insieme a una ripresa che rimane bloccata perché ricostruire e ripristinare i servizi è ancora pericoloso.”

Le famiglie potrebbero tornare e ricostruire nell’incertezza. La vita quotidiana porterebbe con sé rischi nascosti finché nuovi incidenti non rendono il pericolo di nuovo visibile. “C’è anche il rischio di un trauma generazionale”, aggiunge Butti. “Se la bonifica non avviene dopo la guerra, le persone vivranno in una realtà di sempre insicuro .”

Il percorso naturale dopo un conflitto è passare dall’educazione al rischio alla bonifica effettiva. In Gaza, quel percorso è ancora bloccato alla prima fase.

Famiglie che vivono tra le macerie a Gaza — ogni gesto quotidiano può nascondere un pericolo invisibile. © Mohammed Ibrahim / Unsplash
Famiglie che vivono tra le macerie a Gaza — ogni gesto quotidiano può nascondere un pericolo invisibile. © Mohammed Ibrahim / Unsplash

Quello che i titoli non raccontano

Quando i giornali passano ad altra notizia, il pericolo rimane. Gli ordigni esplosivi trasformano atti ordinari — sgomberare una stanza, riparare un muro, giocare fuori — in momenti potenzialmente fatali. La ripresa diventa prima una sfida alla sicurezza, e solo dopo una sfida alla ricostruzione.

“La fase ‘dopo le bombe’ è quella in cui le comunità o riconquistano sicurezza e dignità, oppure restano intrappolate in un pericolo invisibile per anni”, dice Butti. “Quando i riflettori si spengono, il lavoro più lungo è appena cominciato.”

Un ordigno inesploso tra la vegetazione — questo tipo di ritrovamento è comune nelle aree post-conflitto. © MAG

I riflettori oggi sono puntati altrove. Il conflitto allargato che coinvolge Israele, Stati Uniti e Iran occupa le prime pagine, ridisegna gli equilibri regionali, genera nuovi cicli di notizie. Gaza scivola in secondo piano. Così come la Cisgiordania. Ma quei fari non possono spegnersi, non adesso, non ancora.

Gaza resta devastata dalla sua storia contemporanea, in un modo che rende quasi impossibile immaginare una vita normale. Eppure i palestinesi continuano a dimostrare una tenacia straordinaria, una capacità di resistere e di restare che sfida ogni logica di distruzione. Non è retorica: è quello che si vede, nelle immagini di chi torna tra le macerie della propria casa, di chi costruisce una tenda dove era un palazzo, di chi porta i figli a una sessione di educazione al rischio sotto un telone.

In questo contesto, sarebbe il caso di consentire alle organizzazioni umanitarie super partes di entrare, operare, mettere in sicurezza ciò che è necessario per garantire il rispetto delle vite umane e del diritto internazionale , che esiste, che è vincolante, e che non ha clausole di eccezione per le emergenze più complesse. MAG, come decine di altre organizzazioni, è pronta. Ha le squadre, ha la competenza, ha la volontà. Aspetta solo il permesso di fare il proprio lavoro.

Troppe organizzazioni sono state costrette ad abbandonare il campo, a ripiegare su Amman, a gestire da lontano quello che si dovrebbe gestire sul terreno. È una situazione che dovremmo trovare inaccettabile, e di cui dovremmo tornare a parlare, con la stessa insistenza con cui si parla dei fronti aperti e delle trattative diplomatiche. Perché anche questo è il conflitto. Anche questo è Gaza.

da Amman
Ciro Scuotto

Note
Le dichiarazioni sono attribuite a Chiara Butti, Head of Mission di MAG per i Territori Palestinesi Occupati. MAG (Mines Advisory Group) – www.maginternational.org

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