A distanza di oltre due anni dall’omicidio di Ciro Gargiulo, emergono elementi che potrebbero cambiare radicalmente il corso delle indagini.
A fornire una nuova chiave di lettura è Aniello Mirante, ex killer oggi pentito, che ha messo a verbale una ricostruzione dettagliata dei ruoli e delle responsabilità dietro l’agguato.
Secondo quanto riferito, l’azione sarebbe stata pianificata con una struttura ben definita: esecutori materiali, supporto logistico e una regia alle spalle. Un quadro che, se confermato, porterebbe all’individuazione non solo di chi ha sparato, ma anche di chi ha deciso e organizzato l’eliminazione del 60enne.
Il delitto risale al 19 febbraio 2024, quando Gargiulo fu raggiunto da colpi d’arma da fuoco mentre si trovava su un terreno riconducibile alla sua attività, tra Lettere e Casola di Napoli.
L’agguato nel terreno: una trappola studiata
Gli investigatori ritengono che i killer si siano mossi con estrema cautela, sfruttando la conformazione dell’area per avvicinarsi senza essere notati. Una volta entrati in azione, l’attacco è stato rapido e senza possibilità di difesa per la vittima. Trasportato d’urgenza in ospedale, Gargiulo è deceduto poco dopo.

L’omicidio si inserisce in un contesto più ampio, quello dello scontro per il controllo delle coltivazioni di cannabis nei Monti Lattari, territorio strategico per il traffico illegale.
In quell’area, definita dagli inquirenti una sorta di “distretto” della marijuana, Gargiulo era considerato un operatore di rilievo. Dopo i primi interventi repressivi, avrebbe spostato parte delle attività fuori regione, mantenendo comunque un ruolo attivo nel settore.
Tra le piste seguite dagli investigatori, prende corpo quella che porta al clan Di Martino, gruppo ritenuto dominante nella zona tra Gragnano e Pimonte.
Riscontri in corso, nomi ancora riservati
L’eliminazione di Gargiulo, secondo questa ipotesi, rientrerebbe in una strategia più ampia volta a consolidare il controllo su un mercato estremamente redditizio, eliminando figure ritenute ingombranti.
In questo scenario si colloca anche la vicenda di Alfonso Cesarano, ucciso successivamente. Gli inquirenti stanno valutando possibili collegamenti tra i due episodi, che potrebbero rappresentare tasselli della stessa dinamica criminale.

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia sono ora al vaglio degli investigatori, che stanno procedendo con verifiche puntuali per accertarne l’attendibilità. Al momento, i nomi indicati restano coperti da segreto istruttorio. Tuttavia, l’impianto accusatorio delineato potrebbe imprimere una svolta decisiva a un’inchiesta rimasta a lungo senza risposte definitive.
Se i riscontri dovessero confermare il racconto del pentito, il caso Gargiulo potrebbe passare da cold case a indagine chiusa, aprendo al tempo stesso nuovi scenari sugli equilibri criminali nei Monti Lattari.








