Un delitto che cambia volto con il passare delle ore e che ora si concentra su due elementi chiave: l’errore di persona e la figura di un killer giovanissimo, probabilmente minorenne. Una pista che prende forma tra indizi e testimonianze frammentarie, e soprattutto un dato che appare ormai sempre più chiaro: Fabio Ascione, 20 anni, è stato ucciso per errore. L’omicidio avvenuto all’alba di martedì a Ponticelli, nella periferia orientale di Napoli, si inserisce in una guerra tra paranze giovanili legate ai clan egemoni del territorio e gruppi provenienti dall’hinterland vesuviano, ma la vittima non aveva alcun legame con quei contesti. Il giovane, incensurato, stava semplicemente tornando a casa dopo una notte di lavoro quando ha incrociato il percorso dei killer.
L’errore di persona e il raid contro il gruppo rivale
La ricostruzione investigativa colloca al centro della scena viale Carlo Miranda, dove un commando armato è entrato in azione esplodendo un numero imprecisato di colpi di pistola. Il bersaglio non era Fabio, ma un gruppo rivale radunato sotto i porticati del Parco Topolino, punto ritenuto strategico dagli equilibri criminali locali.
In quei pochi secondi concitati, il gruppo nel mirino è riuscito a dileguarsi. I killer, però, hanno comunque aperto il fuoco, senza esitazioni e senza verificare la presenza di persone estranee. Uno dei proiettili ha raggiunto Fabio Ascione al petto, colpendolo mortalmente. Il giovane si è accasciato sull’asfalto, senza che chi aveva sparato mostrasse alcuna esitazione o ripensamento.
L’ipotesi dell’errore di persona è rafforzata dal fatto che la vittima non aveva precedenti né frequentazioni legate alla criminalità. La sua unica “colpa” è stata quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, mentre un regolamento di conti era già in atto.
Le ultime ore di Fabio e il percorso interrotto
Le indagini hanno consentito di chiarire anche gli ultimi movimenti del ventenne, correggendo le prime ricostruzioni circolate subito dopo il delitto. Fabio non si trovava all’esterno del bar “Lively Coffee” al momento degli spari, ma sarebbe arrivato lì pochi istanti dopo.
Reduce da una lunga notte di lavoro presso il Bingo di Cercola, il giovane si stava dirigendo verso casa, in via Lombardi, quando ha deciso di fermarsi per acquistare qualcosa da mangiare. Poco prima, al telefono con la madre, aveva detto: «Vado a prendere un cornetto e torno a casa».
Quel tragitto, lungo poche centinaia di metri, si è interrotto bruscamente circa quattrocento metri prima della sua destinazione, quando il commando ha fatto irruzione nella zona. Fabio non ha mai raggiunto né il bar né la sua abitazione.
La scintilla: la rissa di Pasquetta tra gruppi contrapposti
Alla base dell’agguato ci sarebbe una violenta escalation maturata nelle 24 ore precedenti, con una rissa scoppiata il giorno di Pasquetta tra due gruppi di giovanissimi. Un episodio che avrebbe rappresentato la scintilla di una faida tra paranze.
Da un lato, un gruppo di aspiranti ras legati al clan De Micco, noti come i “Bodo”, ormai considerati egemoni in ampie zone di Ponticelli, incluso il Parco Topolino. Dall’altro, una paranza proveniente dall’hinterland vesuviano, ritenuta collegata a uno dei cartelli criminali attivi nei comuni a ridosso di Napoli.
Secondo quanto ricostruito, lo scontro sarebbe nato per uno “sconfinamento” non autorizzato, percepito come una violazione degli equilibri territoriali. Dalle parole si sarebbe passati rapidamente alla violenza, fino alla decisione di organizzare una spedizione punitiva armata.
Il commando e il ruolo del killer giovanissimo
Poco prima dell’alba, con la zona ancora avvolta dalle ultime tenebre, il commando sarebbe partito da un comune della cintura vesuviana per raggiungere Ponticelli. Gli investigatori stanno cercando di chiarire se l’azione sia stata compiuta a bordo di auto o scooter, ma resta centrale un altro elemento.
A premere il grilletto sarebbe stato un giovanissimo, probabilmente minorenne, già segnalato in precedenza dalle forze dell’ordine. Un profilo che evidenzia il coinvolgimento diretto di ragazzi molto giovani in azioni armate ad alta intensità, inseriti in dinamiche criminali strutturate.
Il comportamento del killer, secondo quanto emerge, sarebbe stato freddo e privo di esitazioni, anche quando il bersaglio principale era ormai sfuggito. Un dettaglio che rafforza la ricostruzione di un’azione pianificata ma eseguita con modalità indiscriminate.
Le due piste investigative: hinterland e scenario interno
Gli inquirenti stanno lavorando su due direttrici principali. La prima conduce verso l’hinterland vesuviano, da cui sarebbe partito il gruppo armato responsabile del raid. Una pista supportata da alcuni riscontri raccolti nelle prime ore dell’indagine.
La seconda ipotesi, emersa successivamente, non esclude invece una responsabilità interna al contesto di Ponticelli. In questo scenario, l’arma che ha ucciso Fabio potrebbe essere stata impugnata da qualcuno appartenente al gruppo locale.
Questa pista introduce un elemento ulteriore: la possibile conoscenza tra la vittima e il suo assassino. Fabio potrebbe essersi avvicinato senza sospetti, magari per un saluto, trovandosi improvvisamente coinvolto nella dinamica violenta.
Le difficoltà delle indagini tra omertà e assenza di telecamere
Le indagini sono condotte dai carabinieri del Nucleo operativo di Poggioreale, sotto il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia, con i sostituti procuratori Alfredo Gagliardi e Sergio Raimondi e l’aggiunto Sergio Amato.
Il lavoro degli investigatori si svolge in un contesto particolarmente complesso. La zona è caratterizzata da una quasi totale assenza di sistemi di videosorveglianza, elemento che limita fortemente la possibilità di ricostruire con precisione i movimenti del commando.
A questo si aggiunge un muro di omertà che fin dalle prime ore ha reso difficile raccogliere testimonianze. Nonostante ciò, alcune dichiarazioni e i rilievi tecnici hanno consentito di delineare una prima mappa degli eventi.
Il contesto criminale e le misure di sicurezza
L’omicidio si inserisce in un territorio segnato dalla presenza radicata del clan De Micco, ancora attivo nonostante i recenti arresti eccellenti. La pressione criminale e la competizione tra gruppi emergenti rendono instabile l’equilibrio dell’area orientale di Napoli.
In questo scenario, le autorità hanno disposto misure preventive anche sul piano dell’ordine pubblico. In attesa dell’autopsia, il questore ha deciso di vietare i funerali in forma pubblica, per evitare possibili tensioni o strumentalizzazioni.
Resta fermo, per gli inquirenti, un punto: Fabio Ascione era totalmente estraneo ai circuiti criminali. La sua morte si colloca come conseguenza diretta di una violenza indiscriminata, maturata all’interno di una guerra tra gruppi che continua a produrre effetti anche al di fuori dei propri confini.









