“Per fare un bel libro ci vuole una buona storia”. Con queste parole Carlo Lucarelli ha introdotto, nel 2023, lo “strillo” in quarta di copertina del terzo romanzo del giornalista e scrittore Giovanni Taranto dedicato, come gli altri della saga, alle indagini del capitano dell’Arma dei Carabinieri Giulio Mariani, di nuovo protagonista del nuovo, quarto romanzo “La chianca” (edito da Avagliano), uscito in tutte le librerie lo scorso febbraio con l’introduzione di Cecilia Scerbanenco, che ha definito le voci dei suoi protagonisti “un coro da tragedia greca nelle strade di Napoli e del Vesuviano”.

Di buone storie, Taranto ne ha tante da raccontare, se è vero che, forte della sua ultraquarantennale esperienza di giornalista, ha saputo coniugare il mestiere di cronista impegnato sul campo con la capacità di raccontare luci e ombre della cronaca nera e investigativa del Vesuviano. Lo incontriamo, fresco vincitore del Premio Morante nella sezione “Nisida”, in una pausa del tour promozionale che lo sta portando in giro per l’Italia (è già stato in Piemonte, dove tornerà per il Salone del Libro di Torino, a Udine, Trieste e Pordenone, dove gli è stato assegnato il premio “PordeNoir” per la migliore serie “noir” italiana) per incontrare lettori vecchi e nuovi, da tempo impazienti di ritrovare il “loro” Capitano e i suoi fedeli collaboratori (per citarne solo alcuni, il Maresciallo Di Filippo, il brigadiere Soriano e il Pubblico Ministero Di Fiore, diventati ormai di famiglia).

Taranto, lei si è definito “amanuense che mette per iscritto le indagini del Capitano Mariani”. Come sta vivendo la sua esperienza di scrittore, che le sta portando soddisfazioni e riconoscimenti, non senza le difficoltà di chi è entrato a far parte di un mercato librario sempre più affollato di autori e case editrici?

Il mio intento non è mai stato quello di competere, ma di parlare alla gente attraverso i miei romanzi come ho sempre fatto da cronista con le mie inchieste. Ci vuole sicuramente un grande impegno quotidiano per raggiungere questi traguardi, con la pazienza e la costanza di lasciare che l’esperimento di espressione e trasmissione di certi concetti prenda corpo. Fin dal mio primo romanzo (“La fiamma spezzata”, ndr), l’editore Avagliano mi ha dato la possibilità di trattare temi che altri, fino a quel momento, avevano esitato ad affrontare. Temi non facili, che, da giornalista, mi hanno portato a confrontarmi con situazioni anche molto pesanti da gestire e che richiedono spalle molto forti, specie quando si tratta di criminalità organizzata. Da scrittore, mi consentono di rendere un servizio al cittadino e al lettore, provando a spiegare, in forma di romanzo, alcuni meccanismi del crimine in un contesto particolare come quello vesuviano. Ma sono concetti in fondo universali, anche se in determinati luoghi assumono connotazioni particolari. Cerco di farlo consapevole che scrivere romanzi è un’altra cosa, ma con la speranza che quello che scrivo funzioni e che la gente capisca o voglia capire di più. Questo è sicuramente il premio più grande che io possa ricevere.

Qual è il suo punto di vista sul mondo dell’editoria in base alla sua esperienza personale?

Parlando del mercato librario, sono convinto che al pubblico vada spiegato anche il valore del singolo libro, che cosa c’è dietro la pubblicazione di un’opera, tenuto conto che il lettore può essere tale per formazione e curiosità e avere gli strumenti per scegliere che cosa leggere, ma c’è anche chi non riesce a orientarsi nel mare magnum della smisurata offerta editoriale, col rischio di non riconoscere il valore di un titolo e non sapere se è passato al vaglio di un comitato di lettura, di una casa editrice che sia tale, che in qualche modo lo “certifichi”.

Il mondo dell’editoria è più ostico di quello che ci si può aspettare, non tutti gli operatori del settore hanno interesse a fare quel vaglio, e se non si è un autore conosciuto e riconosciuto come tale, bisogna credere fino in fondo in quello che si fa per vedersi pubblicata un’opera e riuscire a portarla in libreria.

Una dimensione inattesa, quella in cui si è trovato dopo aver iniziato a scrivere romanzi, nella quale, però, la realtà ha superato la fantasia, portando Mariani e i suoi collaboratori ad essere “adottati” dalle università americane di Harvard e di Princeton.

Ebbene sì. E posso già dire che Princeton sta acquisendo nel suo catalogo generale anche “La chianca”, avendogli già riservato uno spazio nello scaffale della sua biblioteca accanto agli altri tre libri della saga. Un motivo di grande soddisfazione per me e per il Capitano, di cui i lettori, ogni volta che li incontro, mi chiedono notizie come se si trattasse di una persona in carne e ossa. La sua umanità, più ancora, forse, delle sue capacità investigative, lo ha sicuramente aiutato a fare breccia nei lettori, che lo sentono vicino e riescono a identificarsi sia in lui, sia in chi gli sta intorno.

Tra loro ci sono anche i giovani, e il Premio Morante, che le è stato assegnato quest’anno nella sezione “Nisida”, rappresenta un ulteriore riconoscimento per il suo impegno a loro favore.

Sì. Per la seconda volta dopo “Requiem sull’ottava nota” (il secondo romanzo sulle indagini del capitano dell’Arma pubblicato da Avagliano nel 2022, ndr), anche “La chianca” è stato scelto come lettura per i ragazzi dell’Istituto Penale Minorile di Nisida. Un piccolo, ma mi auguro, utile strumento a loro disposizione per riflettere sulla realtà che li circonda, per cercare di capirla e trovare la propria opportunità di riscatto.

Viviana Rossi