Ad Amman un rifugiato siriano mi ha fermato con una frase sola. Stavamo parlando di assistenza, di protezione, di dove andare per avere un documento. A un certo punto si è interrotto e mi ha detto, con la naturalezza di chi constata un fatto ovvio: «UNHCR? Pensavo fosse una marca di tende da campeggio, tipo la concorrente Quechua della Decathlon».
Non aveva torto. Nella sostanza, è esattamente così che appare a lui, a migliaia di altri come lui, questa macchina da miliardi che porta il logo dell’ONU e che, nei fatti, spesso arriva prima con il merchandising che con le soluzioni.
La fabbrica delle tende
L’UNHCR gestiva nel 2025 un budget di oltre 10,6 miliardi di dollari. Per il 2026 il budget approvato scende a 8,5 miliardi, quasi il 20% in meno rispetto all’anno precedente. Un taglio brutale. Ma occorre chiedersi da dove si taglia e dove invece si protegge.
I dirigenti di vertice dell’UNHCR, dell’UNICEF e delle principali agenzie ONU percepiscono stipendi costruiti secondo le scale salariali dell’International Civil Service Commission: i professionisti senior (D1-D2) ricevono tra i 95.000 e i 123.000 dollari di base, ai quali va aggiunto un post-adjustment calcolato sul costo della vita nella sede di servizio, spesso intorno al 65%. A questo si sommano sussidi per l’alloggio, rimborsi per l’istruzione dei figli, copertura sanitaria premium, indennità per le zone disagiate e pacchetti pensionistici. Le posizioni apicali superano i 250.000 dollari l’anno, esentasse.
Dall’altra parte del tavolo, un rifugiato iracheno ad Amman riceve, quando va bene e non sempre va bene, meno di cento dollari al mese. Quando i fondi mancano, non riceve nulla.
Questo non è un attacco ideologico al sistema umanitario. È aritmetica. E la domanda che ne segue è semplice: a chi serve davvero questa macchina?
Il grande taglio
Nel 2025 l’amministrazione Trump, attraverso il meccanismo di revisione della spesa guidato da Elon Musk, il cosiddetto DOGE, ha di fatto smantellato l’USAID come un taglialegna armato di sega elettrica che se la prende con un bosco intero. I fondi sono stati congelati o cancellati: programmi alimentari sospesi in Sud Sudan, Mali, Niger; medici senza stipendio; campi senza rifornimenti. Un tribunale d’appello ha confermato nell’agosto 2025 tagli per 8 miliardi di dollari annui all’aiuto americano, inclusa l’eliminazione di quasi un miliardo di finanziamenti all’ONU.
Il risultato è stato devastante. L’UNHCR ha tagliato quasi 5.000 posti di lavoro nel 2025, oltre un quarto dell’intera forza lavoro, ed è stato costretto a chiudere o ridimensionare 185 uffici nel mondo. Lo stesso copione si è ripetuto ovunque: l’IOM ha perso il 30% dei finanziamenti; il WFP ha licenziato migliaia di persone; in Siria i tagli hanno già causato la chiusura del 16% delle strutture sanitarie.
Il paradosso, e qui sta l’oscenità del sistema, è che i tagli hanno colpito soprattutto chi lavorava sul campo. Il personale operativo è stato il primo ad andare. I vertici di Ginevra, New York e Bruxelles hanno subìto riduzioni proporzionalmente molto più contenute.
Ho visto capi tenersi stretto il posto a New York mentre licenziavano chi sul campo almeno provava a fare qualcosa. Ho visto persone licenziate non perché meritassero il licenziamento, ma perché erano pesci più piccoli. Lo squalo restava lì e figurati se gliene importava qualcosa del migrante iracheno povero ad Amman, nato qui, che non può andare a scuola, che deve aspettare chissà cosa, chissà chi. Come nel dramma di Beckett: Aspettando Godot. Dove Godot potrebbe essere un salvatore, un supereroe, Dio, o semplicemente nessuno.
La Giordania: un paese al collasso
La Giordania è l’esempio più lucido di questo fallimento sistemico. Un paese piccolo, senza risorse naturali, che da decenni assorbe le crisi prodotte da altri, molte innescate o aggravate da interventi militari occidentali. La crisi palestinese storica, l’Iraq del 2003-2006, l’Afghanistan, la Siria, lo Yemen, il Sudan del Sud. Onde successive che hanno messo il territorio giordano a dura prova.
Ospita oltre 388.000 rifugiati siriani registrati UNHCR, più decine di migliaia di iracheni, sudanesi, yemeniti. A questi si aggiungono oltre 2,3 milioni di rifugiati palestinesi sotto mandato UNRWA. I numeri reali, tra non registrati e irregolari, sono inevitabilmente più alti.
È un paese che amo. L’ho scelto, ci vivo, ci lavoro. E proprio per questo mi fa male vedere quanto i rifugiati che ci vivono siano invisibili, intrappolati in una città che li contiene ma non li include, in attesa di un futuro che il sistema internazionale continua a promettere e a non mantenere.
Ad Amman li vedo ogni giorno, questi ragazzi. Vivono nella East Amman povera, nei quartieri lontani dalla movida di Weibdeh, in appartamenti sovraffollati, in attesa di qualcosa che non arriva mai. Un rifugiato ad Amman non può fare quasi nulla: lavorare a nero e rischiare la galera ogni giorno. Il resettlement è praticamente morto. Nel primo semestre del 2025 soltanto 28.700 persone in tutto il mondo hanno beneficiato di reinsediamento o percorsi di sponsorizzazione, quasi tre volte meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Nel 2025 le quote di resettlement sono le più basse degli ultimi vent’anni, al di sotto persino dei livelli registrati durante la pandemia di Covid-19.
Ci sono persone nate in Giordania da genitori rifugiati che oggi sono adulte. Hanno passato l’intera vita su un territorio che non è il loro, senza il diritto a diventarlo. Aspettano. Ogni anno aspettano di più.
La Libia: il campo di concentramento finanziato dall’Europa
Se la Giordania è il volto rassegnato di questo sistema, la Libia ne è il volto criminale.
In Libia le milizie controllano i centri di detenzione dove i migranti vengono tenuti come merce. I sopravvissuti raccontano di detenzione arbitraria, torture, stupri, schiavitù sessuale, starvazione, lavori forzati. I corpi portano i segni fisici degli abusi; le menti, traumi profondi che restano molto dopo la fuga. Nelle strutture mancano regolarmente acqua e cibo, il sovraffollamento è endemico, la supervisione praticamente assente.
Il meccanismo è semplice e documentato. I guardiani filmano i detenuti mentre vengono torturati, bruciati, picchiati, elettrocutati, e inviano i video alle famiglie per costringerle a pagare riscatti. Le famiglie, spesso da Ciad, Sudan del Sud, Nigeria, Ghana, già in miseria, devono trovare tra i 500 e i 6.000 dollari per liberare i propri cari. Non li hanno. I figli, i fratelli, i mariti aspettano. Mesi. A volte anni. Poi muoiono nel Mediterraneo, o muoiono là.
Il tutto avviene con i soldi dell’Europa nel mezzo.
Dal 2017 l’Unione Europea ha finanziato, addestrato ed equipaggiato la Guardia Costiera Libica. Frontex ha trasmesso più di 2.200 comunicazioni contenenti dati di geolocalizzazione di imbarcazioni migranti alle autorità libiche. Tra il 2018 e il settembre 2025, circa 145.437 persone sono state intercettate e riconsegnate alla Libia. Riconsegnate, non salvate. Ogni intercettazione non è un salvataggio: è un ritorno forzato alla detenzione, all’estorsione, alla scomparsa. L’ONU ha concluso che i paesi che cooperano con le autorità libiche hanno una responsabilità specifica di garantire che il loro supporto non contribuisca a violazioni dei diritti umani. La Commissione Europea ha preso atto. I finanziamenti sono continuati.
La rotta balcanica: i morti che non fanno notizia
Ci sono immagini che non si dimenticano. Anno 2020, ero alla stazione dei pullman di Belgrado.
Ragazzi giovanissimi. Seduti sui gradini, appoggiati ai muri, accovacciati sugli zaini. Vengono dal Bangladesh, dal Pakistan, dalla Siria, dall’Iraq. Hanno addosso tutto quello che possiedono: uno zaino, un sacco a pelo, le scarpe. Dentro i sacchetti del supermercato vicino, cioccolata e dolci. Non per golosità, ma per calcolo: massime calorie, minima spesa, minimo peso. Sono magrissimi. Disidratati. Gli occhi hanno quella qualità strana di chi ha già visto troppo e non si stupisce più di niente.
Li guardo e penso che stanno per rimettersi in cammino. Seguiranno binari ferroviari, attraverseranno fiumi, saliranno valichi di montagna a piedi. D’inverno. Con quelle scarpe.
Si è smesso di parlare della rotta balcanica come se il problema fosse risolto. Non è risolto. È solo uscito dai telegiornali. Nel 2025, 24.318 cittadini del Bangladesh sono arrivati in Europa via terra e via mare, un aumento del 59% rispetto all’anno prima. La rotta passa per la Turchia o la Grecia, risale attraverso la Serbia, arriva in Bosnia, poi tenta di forzare il confine croato verso l’Unione Europea.
Molti non ce la fanno. Tra il 2024 e l’aprile 2025 l’organizzazione Klikaktiv ha documentato almeno 43 morti lungo il fiume Drina, al confine tra Serbia e Bosnia, certamente un numero al di sotto della realtà, perché molti corpi non vengono trovati e molte scomparse non vengono denunciate. Le famiglie aspettano notizie che non arrivano. Le madri aspettano che il figlio chiami. Forse è in prigione. Forse ha perso il cellulare. Forse qualcuno le avviserà che non c’è più. Nel frattempo depositano una segnalazione, un nome su una lista, e aspettano. Sono le famiglie dei missing, quelli che il sistema non conta perché non è riuscito nemmeno a registrarli quando erano vivi.
Quei ragazzi della stazione di Belgrado non sono criminali. Non rapinano, non rubano, non uccidono. Camminano. Sono stranieri che camminano, ed è sufficiente per finire in prigione. In Bosnia e in Serbia vengono arrestati per questo, trattenuti per mesi senza processo, senza reato, senza diritti reali. Quando riescono a raggiungere il confine croato, vengono respinti con la forza: i cosiddetti pushback, pratiche documentate e illegali secondo il diritto internazionale, che l’Unione Europea continua a tollerare in silenzio. Le guardie di frontiera picchiano, confiscano telefoni e vestiti, abbandonano nel bosco indicando la direzione con un gesto. In un caso documentato, tre uomini sudanesi sono stati trovati vicino al confine senza giacche né scarpe adeguate: all’ospedale, a tutti e tre sono stati amputati gli arti inferiori per i geloni.
L’Europa erige muri, schiera Frontex, finanzia accordi con Serbia e Bosnia e fa finta che il problema non esista. Esiste. È solo che non conviene vederlo.
Il fuoco che cambia tutto, e quello che non cambia mai
La situazione della migrazione verso l’Europa era già drammatica prima. Prima della guerra che Israele e gli Stati Uniti hanno fatto scoppiare in Medio Oriente, prima che lo Stretto di Hormuz tornasse a essere un nome sui notiziari, prima che la parola “crisi energetica” si mangiasse tutto il resto.
Eppure è proprio la crisi energetica l’unica cosa che sembra preoccupare davvero l’Europa. Non il diritto d’asilo, non i corpi nel Mediterraneo, non i bambini nati in Giordania senza un documento che li chiami cittadini di qualcosa. Il petrolio. Il gas. La bolletta. Anche in caso di riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, ci vorranno mesi, forse anni, prima che i mercati energetici tornino a respirare. Il lato umano, che era già in crisi, che era già in fiamme, rischia di sparire completamente sotto questo fumo.
L’intera regione vive momenti di fragilità estrema. L’Iraq cerca da anni di rialzarsi, ma resta un paese destabilizzato nelle fondamenta, con una classe politica incapace di garantire sicurezza e un’economia che non assorbe i suoi stessi giovani. La Siria ha un governo che prova disperatamente a non far sprofondare il paese in un nuovo baratro, ma la presa è debole e le crepe sono ovunque. Lo Yemen brucia da un decennio nell’indifferenza quasi totale. L’Afghanistan resta quello che è stato per vent’anni: un paese che il mondo ha abbandonato due volte.
Con i fondi umanitari tagliati, i resettlement ai minimi storici e le carceri libiche che si riempiono oltre ogni limite, il quadro è semplice e brutale: la gente si muoverà. Lo ha sempre fatto. Lo farà ancora, con o senza vie legali, con o senza protezione. E quando arriverà alle frontiere europee, ai fiumi bosniaci, ai boschi croati, alle acque del Canale di Sicilia, l’Europa fingerà di nuovo di non sapere come sia potuto accadere.
Il mondo non sa da che parte stare. Eppure la risposta non è mai stata così ovvia: essere più solidale. Deporre le armi. Smettere di finanziare milizie e costruire muri. E cominciare, invece, a costruire qualcosa.
Il conto che arriverà
L’Alto Commissario Filippo Grandi, prima di lasciare l’incarico, lo aveva detto chiaramente: se i fondi umanitari vengono tagliati, le persone torneranno a dirigersi verso l’Europa, come nel 2015, quando i tagli ai programmi di supporto per i rifugiati siriani in Medio Oriente furono uno dei fattori che scatenarono l’ondata migratoria verso il continente.
Oggi la situazione è strutturalmente peggiore. In Sudan quasi 2,5 milioni di rifugiati registrati alla fine del 2025, un aumento del 65% dall’inizio delle ostilità nel 2023, con altri 10 milioni di sfollati interni. Nel Sahel, nei Grandi Laghi, in Congo, la pressione si accumula. Senza resettlement, senza protezione, senza percorsi legali, la gente si muove lo stesso. Lo ha sempre fatto. Lo farà ancora.
Il sistema umanitario va riformato radicalmente, non solo finanziato meglio. Significa ridimensionare i benefit e gli stipendi fuori scala dei vertici. Significa tagliare la burocrazia nelle sedi confortevoli di Ginevra e New York per reinvestire sul campo. Significa costruire percorsi di resettlement reali, sistematici, non briciole distribuite per campagna elettorale. Significa soprattutto smettere di pagare milizie e guardie costiere per tenere le persone rinchiuse in paesi che sono lager a cielo aperto.
Finché non accade, il sistema resta quello che è: un’industria dell’emergenza permanente, utile soprattutto a chi ci lavora dentro, mortale per chi avrebbe dovuto beneficiarne.
Intanto, in una scuola di Weibdeh ad Amman, un ragazzo iracheno biondo suona la chitarra nel cortile. Una ragazza sudanese canta piano. Non sanno dove andranno. Non sanno se andranno.
Ma studiano. È l’unica cosa ancora sensata.
Amman, maggio 2026
Ciro Scuotto









