Nuova offensiva giudiziaria contro il clan Gionta a Torre Annunziata. Nell’aula del Tribunale oplontino la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha chiesto complessivamente 253 anni di carcere per 19 imputati ritenuti legati allo storico sodalizio criminale dei “Valentini”, da decenni uno dei gruppi camorristici più radicati dell’area vesuviana.
Al centro del procedimento, celebrato con rito abbreviato davanti al gup Raffaele Coppola, c’è un’imponente inchiesta coordinata dalla pm della Dda Valentina Sincero, che nella sua lunga requisitoria ha ricostruito quasi sei anni di attività criminali, dal 2019 al 2025. Un racconto investigativo fatto di traffico di droga, estorsioni, usura, armi e progetti di omicidio, in una città descritta dall’accusa come ancora segnata dalla pressione dei clan e dagli equilibri criminali in continua trasformazione.
Secondo la Procura, il clan Gionta avrebbe continuato a mantenere il controllo di ampie fette del territorio oplontino attraverso una struttura ancora operativa e capace di rigenerarsi nonostante arresti, collaborazioni con la giustizia e blitz antimafia.
La Dda: “Torre Annunziata ostaggio dello scontro tra cosche”
Nel corso della requisitoria, il pubblico ministero ha parlato di un’organizzazione criminale “in continua evoluzione”, capace di adattarsi ai mutamenti interni e agli assetti della criminalità locale. Un passaggio che ha fotografato il clima pesante vissuto negli ultimi anni a Torre Annunziata, città più volte finita al centro delle cronache giudiziarie e delle inchieste antimafia.
Per l’accusa, il clan avrebbe continuato a operare attraverso una rete di affiliati incaricati della gestione delle piazze di spaccio, della riscossione delle estorsioni e della pianificazione delle strategie criminali. Fondamentali, secondo gli inquirenti, sarebbero state anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra cui Salvatore Buonocore e Giancarlo De Angelis, entrambi oggi coimputati nel processo.
Gli investigatori avrebbero inoltre sequestrato, durante il blitz dello scorso luglio, 18 pizzini ritenuti una sorta di contabilità interna dell’organizzazione: annotazioni relative a soldi provenienti da droga, usura ed estorsioni, ma anche riferimenti ad armi e nascondigli utilizzati dal clan.
“Donna Gemma”, la Procura la indica come la regista del clan
Tra le figure considerate centrali nell’inchiesta spicca quella di Gemma Donnarumma, 72 anni, moglie del boss ergastolano Valentino Gionta, detenuto al 41 bis da circa trent’anni. Per lei la Dda ha chiesto 18 anni di reclusione, indicandola come una delle figure apicali dell’organizzazione.
Secondo il castello accusatorio, dopo la scarcerazione avvenuta nel 2023, Donnarumma avrebbe ripreso un ruolo strategico all’interno del clan, diventando il punto di raccordo tra affiliati, detenuti e gruppi criminali alleati. Gli investigatori la descrivono come una presenza capace di incutere timore e rispetto assoluto negli ambienti vicini ai Gionta.
Per la Procura, sarebbe stata proprio lei a mantenere i rapporti con altri gruppi criminali dell’area vesuviana e stabiese, tra cui i Gallo-Cavalieri, i Limelli-Vangone e i D’Alessandro di Castellammare di Stabia, nel tentativo di consolidare gli equilibri del clan sul territorio.
Le richieste di condanna: 18 anni per i vertici del gruppo
Le pene più pesanti richieste dalla Dda riguardano alcuni dei presunti uomini di vertice dell’organizzazione. Oltre a Gemma Donnarumma, il pm ha chiesto 18 anni anche per:
- Gaetano Amoruso, detto “Nanetto” o “Recchiarella”
- Pasquale Romito, detto “’o turc”
- Alfredo Savino
Richieste di 15 anni per Michele Guarro, Rosario Amedeo Mas, Carmine Mariano Savino, Massimo Savino, Fabiano Tammaro e Raffaele Uliano.
Chiesti invece 12 anni per Raimondo Bonfini, Alfredo Della Grotta, Enrico Donnarumma, Salvatore Ferraro e Salvatore Palumbo.
Per Giancarlo De Angelis la richiesta è di 9 anni e 6 mesi, mentre il collaboratore di giustizia Salvatore Buonocore rischia 8 anni. Richiesti infine 7 anni per Luigi Di Martino e Michele Mas.
Il latitante e il blitz vicino a Palazzo Fienga
Uno dei nomi ancora più delicati emersi nell’inchiesta è quello di Carmine Mariano Savino, considerato dagli investigatori un uomo di peso dell’organizzazione e indicato come figura coinvolta nella pianificazione di azioni armate contro rivali e dissidenti interni.
Diversa invece la posizione di Pasquale Romito, arrestato nei mesi scorsi dopo un periodo di latitanza. Fu individuato dagli investigatori a pochi passi da Palazzo Fienga, storico simbolo della camorra oplontina, nascosto nell’abitazione di una persona ritenuta insospettabile.
La caccia all’uomo, secondo quanto emerso durante il processo, sarebbe stata favorita anche dalle informazioni fornite dai collaboratori di giustizia.
Attesa per la sentenza
Il processo rappresenta uno dei procedimenti più importanti degli ultimi anni contro il clan Gionta. Un’inchiesta che prova a ricostruire gli assetti recenti della camorra oplontina e il presunto tentativo del gruppo di mantenere saldo il controllo del territorio nonostante arresti e collaborazioni.
La sentenza di primo grado è attesa nella prossima udienza prevista a fine giugno. Nel frattempo, il collegio difensivo degli imputati continua a contestare integralmente il quadro accusatorio costruito dalla Direzione distrettuale antimafia.
Filippo Raiola









