La decima sezione del Tribunale del Riesame di Napoli ha rigettato la richiesta di arresto in carcere avanzata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli nei confronti di Gaetano Cesarano, ritenuto storico esponente del clan Cesarano e detenuto da oltre vent’anni al regime del 41 bis.
I giudici hanno escluso la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza contestati dalla Procura, confermando di fatto quanto già stabilito in precedenza dal giudice per le indagini preliminari.
Accolta la linea difensiva sostenuta dagli avvocati Enrica Visconti e Andrea Imperato, incentrata sull’interpretazione di alcune intercettazioni telefoniche ritenute centrali nell’impianto accusatorio.
Secondo la Dda, Gaetano Cesarano avrebbe continuato a impartire direttive al clan anche dal carcere attraverso una rete di comunicazioni esterne. In particolare, gli investigatori ritenevano che il genero Giovanni Cafiero, condannato in primo grado a 15 anni di reclusione e attualmente agli arresti domiciliari fuori regione, fungesse da collegamento tra il boss e gli affiliati operativi sul territorio.
L’ipotesi accusatoria nasceva da alcune conversazioni intercettate tra i fratelli Raffaele e Luigi Belviso, già condannati in via definitiva in un diverso filone investigativo. Per la Procura, da quei dialoghi emergeva che Luigi Belviso avrebbe ottenuto il via libera alla propria ascesa all’interno dell’organizzazione criminale attraverso un’autorizzazione proveniente dai vertici del clan.
Secondo gli inquirenti, tale autorizzazione sarebbe stata trasmessa dopo un colloquio in carcere tra Gaetano Cesarano e Giovanni Cafiero, che avrebbe poi riferito il messaggio all’esterno.
Una ricostruzione che non ha però convinto né il gip né il Tribunale del Riesame. I giudici hanno infatti ritenuto che il contenuto delle intercettazioni non fosse sufficientemente chiaro da dimostrare che il presunto “sì dall’alto” provenisse effettivamente da Gaetano Cesarano e che il tramite fosse stato Giovanni Cafiero.
La decisione del Riesame potrebbe avere ripercussioni anche sul procedimento d’appello che vede coinvolto Cafiero. La difesa potrebbe infatti utilizzare il provvedimento per contestare ulteriormente la ricostruzione accusatoria relativa alla presunta catena di comunicazione tra il carcere e il clan.
La Dda di Napoli potrà comunque impugnare il provvedimento davanti alla Corte di Cassazione, mentre si attendono le motivazioni della decisione che potrebbero incidere sugli altri filoni giudiziari collegati all’inchiesta sul clan operante nell’area stabiese.









