Un ragazzo di dodici anni viene accerchiato e pestato in pieno centro, a pochi metri dalla Casa Comunale. Nel giro di poche ore arrivano i messaggi di solidarietà, i post di vicinanza, le dichiarazioni di sdegno e le promesse di attenzione.

È il copione che ormai conosciamo bene, quello che si ripete puntualmente ogni volta che un episodio particolarmente grave riporta sotto i riflettori una situazione che, in realtà, non ha mai smesso di esistere. La verità, però, è che nessuno dovrebbe stupirsi. Non perché la violenza sia normale, ma perché ciò che è accaduto rappresenta l’ennesima manifestazione di un disagio sociale

e di un problema di sicurezza che da mesi vengono denunciati da cittadini, associazioni e organi di informazione senza che alle parole siano seguite risposte adeguate.

L’emergenza annunciata

Proprio una settimana fa, attraverso le pagine del nostro giornale, avevamo affrontato il tema dell’assenza di luoghi di aggregazione, della mancanza di opportunità per i giovani e della crescente percezione di insicurezza che caratterizza la vita quotidiana di molti residenti.

Non si trattava di una riflessione teorica né di una polemica politica fine a sé stessa, ma della raccolta di decine di segnalazioni provenienti da cittadini che da tempo denunciano un territorio sempre più povero di spazi sociali, occasioni formative e punti di riferimento capaci di intercettare il disagio prima che questo si trasformi in violenza.
A quelle preoccupazioni non è seguita alcuna risposta concreta. Oggi, alla luce dell’ennesima aggressione, quelle parole assumono il sapore amaro di un avvertimento rimasto inascoltato.

La conseguenza dell’assenza di politiche sociali adeguate

Il simbolo più evidente di questo progressivo arretramento è rappresentato, come già riportato nel nostro precedente articolo, dalla sorte dell’unico centro sociale esistente sul territorio, il Centro Cennamo, che oggi non svolge più la sua originaria funzione ma è diventato sede della caserma dei Carabinieri. Una scelta che può certamente essere giustificata sotto altri aspetti, ma che ha avuto come conseguenza inevitabile la sottrazione di uno dei pochi spazi dedicati alla socialità in una realtà che già soffriva una cronica carenza di strutture di questo tipo.

In questo contesto, la domanda che la politica dovrebbe porsi non è perché alcuni ragazzi trascorrano intere giornate in strada, ma quali alternative siano state realmente offerte loro negli ultimi anni. Perché è troppo semplice limitarsi a condannare i responsabili di un’aggressione quando poi si ignora sistematicamente tutto ciò che contribuisce ad alimentare il disagio sociale che sta alla base di determinati fenomeni.

La violenza non nasce dal nulla

La dinamica dell’episodio è tristemente nota. Un ragazzino viene circondato da giovani poco più grandi, viene individuato come bersaglio e diventa vittima di una violenza che spesso non nasce neppure da un motivo reale, ma dalla necessità di affermare una presunta superiorità attraverso la sopraffazione fisica.

È un fenomeno che si ripete con modalità sempre simili e che proprio per questo avrebbe dovuto essere affrontato con interventi preventivi e non semplicemente commentato a posteriori. Perché quando gli episodi si moltiplicano e assumono caratteristiche ricorrenti, non si è più davanti a semplici fatti di cronaca ma a un problema sociale che richiede risposte strutturali.

La domenica dell’abbandono

Non è un caso che l’aggressione sia avvenuta di domenica. Questo dettaglio, che potrebbe apparire secondario, in realtà fotografa perfettamente una delle principali criticità del territorio.
La locale stazione dei Carabinieri non garantisce un servizio in tarda serata.

Un’unica pattuglia serale e notturna è chiamata a vigilare non soltanto su Volla, ma su una macro area che comprende anche i comuni limitrofi, cosa che garantisce un pronto intervento, non certo la prevenzione.
A Volla, inoltre, il servizio della Polizia Municipale termina alle ore 21 ed è assente nei giorni festivi. Questo perché da anni agli agenti non vengono riconosciuti emolumenti per la turnazione e la reperibilità in quanto nel bilancio comunale non risulta prevista la necessaria copertura finanziaria.

Una scelta politica che parla più di qualsiasi dichiarazione pubblica. Se da anni non si investe per garantire una presenza costante sul territorio, il messaggio che arriva ai cittadini è chiaro: la sicurezza non rappresenta, davvero, una priorità concreta.

Basta con l’alibi del Governo

Per questo motivo appare sempre meno credibile il tentativo di attribuire genericamente la responsabilità ad altri livelli istituzionali. Per lungo tempo si è sostenuto che il problema fosse rappresentato esclusivamente dalla carenza di personale nelle Forze dell’Ordine e dall’assenza di investimenti statali nel comparto sicurezza.

Oggi, tuttavia, assistiamo a un’inversione di tendenza rispetto al passato: la differenza principale nelle assunzioni delle forze dell’ordine tra il governo Meloni e quelli precedenti riguarda soprattutto il turnover e l’incremento delle risorse destinate al comparto sicurezza.

Nell’ultimo triennio l’esecutivo  ha infatti aumentato in modo rilevante le nuove immissioni in servizio per contrastare la carenza di personale e il progressivo invecchiamento degli organici, prevedendo l’ingresso di oltre 37.000 unità tra Polizia e Carabinieri e procedendo allo sblocco di nuovi contratti.

Ciò non significa che i problemi siano risolti, ma rende molto più difficile continuare a utilizzare Roma come alibi per giustificare ogni criticità locale.

Sicurezza significa prevenzione, non rincorrere le emergenze

Il sindaco di Volla ha più volte dichiarato, come abbiamo già analizzato, di essersi interfacciato con la Prefettura e con il Commissariato di Ponticelli. Eppure, a giudicare dai risultati visibili sul territorio, l’unico effetto concreto sembra essere la sporadica presenza di pattuglie in borghese impegnate soprattutto nella prevenzione dei reati predatori.
Da qui nasce un dubbio: il problema reale di Volla è stato rappresentato correttamente?

Il territorio, infatti, non sembra soffrire principalmente di reati predatori (scippi, borseggi e rapine), quanto piuttosto di aggressioni, fenomeni di violenza giovanile, spaccate notturne e furti in appartamento.

È bene chiarire che gli organi dello Stato intervengono sulla base delle esigenze che vengono loro rappresentate. Se gli interventi non coincidono con i problemi percepiti dalla cittadinanza, forse è legittimo chiedersi dove si trovi il cortocircuito.

L’indignazione non basta più

Oggi assistiamo all’ennesima gara di solidarietà nei confronti della vittima e della sua famiglia. Una solidarietà doverosa, che nessuno mette in discussione.

Tuttavia, ciò che appare sempre più difficile da accettare è il contrasto tra l’intensità dell’indignazione che segue questi episodi e la sostanziale assenza di iniziative realmente incisive quando i riflettori si spengono e l’attenzione mediatica diminuisce.

Dunque chiediamo alle figure politiche locali, che si vantano di essere vicine alla comunità, quali azioni hanno messo  in campo per prevenire questi, non casuali, eventi?

Perché se a questa domanda non si è in grado di fornire una risposta chiara, allora l’aggressione del dodicenne non può essere considerata una tragica fatalità, ma l’ennesimo episodio prevedibile di una crisi che da troppo tempo viene osservata, commentata e denunciata senza che nessuno abbia davvero deciso di affrontarla.

E continuare a indignarsi dopo ogni aggressione senza intervenire sulle cause significa soltanto prepararsi a scrivere il prossimo comunicato di solidarietà.

Giovanna Vigliena