L’inchiesta sulle attività dei gruppi criminali Ferretti e Cipolletta di Pomigliano d’Arco approda davanti al giudice per l’udienza preliminare Michela Sapio con un quadro accusatorio vasto, aggravato dal metodo mafioso e accompagnato da dichiarazioni spontanee del collaboratore di giustizia Salvatore Ferretti, protagonista di un lungo racconto sulle dinamiche interne ai clan. Al termine della requisitoria, il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Henry John Woodcock, ha chiesto pene pari complessivamente a 306 anni di reclusione e 260mila euro di multe a carico di 22 imputati.

Gli arresti del 10 febbraio e gli assetti criminali

Gli arresti scattarono all’alba del 10 febbraio, quando i carabinieri del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna, diretti dal maggiore Andrea Coratza, eseguirono le ordinanze emesse dal gip di Napoli Enrico Campoli su richiesta della Dda. In totale furono eseguite 23 misure cautelari in carcere e 4 ai domiciliari, a carico di presunti appartenenti ai gruppi Ferretti-Mascitelli e Cipolletta. L’operazione fotografava una contrapposizione radicata tra due fazioni che, secondo l’accusa, avevano imposto un controllo territoriale basato su violenze, traffico di droga, intimidazioni armate ed estorsioni.

Il rito abbreviato e le dichiarazioni di Salvatore Ferretti

Davanti al gup Michela Sapio, nel corso del rito abbreviato, Salvatore Ferretti rese lunghe dichiarazioni spontanee, arricchendo il quadro investigativo del proprio contributo. I reati contestati, tutti aggravati dal metodo mafioso, spaziano dall’associazione di tipo mafioso alla tentata estorsione, estorsione, detenzione e porto di armi, pubblica intimidazione con uso di armi, incendio, tentato omicidio, ricettazione, associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, detenzione di droga a fini di spaccio, accesso indebito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti, rapina, usura e sequestro di persona.

Il coinvolgimento dei minori e gli episodi emersi dalle intercettazioni

Nell’indagine risultarono coinvolti anche quattro minori legati al gruppo retto da Domenico Cipolletta. Secondo gli investigatori, tre di loro avrebbero preso parte attiva ad azioni criminose, mostrando un’esperienza ritenuta sorprendente dagli inquirenti e un forte senso di appartenenza al clan.

Le intercettazioni svelarono inoltre un episodio particolarmente inquietante: un minore avrebbe assistito alla “scarrellata” di una pistola da parte del padre, scena considerata dagli investigatori indicativa della normalizzazione della violenza all’interno dei nuclei familiari.

La rete di estorsioni, le stese e il traffico di droga

L’indagine documentò 12 stese, 14 episodi di estorsione e 11 rapine imputate ai gruppi rivali. Ampio il fronte del traffico di sostanze stupefacenti, ritenuto dagli investigatori una delle principali fonti di autofinanziamento delle due organizzazioni. A febbraio i carabinieri sequestrarono 30 armi, alcune delle quali pronte per essere utilizzate in nuovi raid intimidatori.

La piazza di spaccio nel carcere di Carinola

Tra gli elementi più gravi emersi dalle intercettazioni, la scoperta di una piazza di spaccio interna al carcere di Carinola, in provincia di Caserta. Secondo l’accusa, alcuni indagati avrebbero organizzato un’attività stabile di distribuzione di droga all’interno dell’istituto penitenziario, sfruttando contatti e canali di comunicazione illeciti.

Il confronto politico sulla presenza della camorra a Pomigliano

Dopo il blitz di febbraio, nella conferenza stampa successiva agli arresti intervenne il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che commentò la polemica tra il sindaco di Pomigliano Raffaele Russo e la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo circa la presenza della camorra nel territorio.

“Oggi con questi arresti mi pare che per ora il sindaco sia stato smentito dai fatti e aveva ragione la presidente dell’Antimafia”, disse Gratteri.

Nello stesso incontro il generale dei carabinieri Biagio Storniolo sottolineò che a Pomigliano “furono registrati anche altri segnali della presenza della camorra: decine di interdittive antimafia”.

Il sindaco Russo, in seguito, precisò di essersi riferito “al Comune che amministra e non alla situazione esterna alle mura del municipio” quando aveva parlato della presunta inesistenza della camorra in città.

Le prescrizioni del Ministero dell’Interno

A ottobre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi emanò un provvedimento di non scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Pomigliano, accompagnato però da una serie di prescrizioni rivolte all’ente. Un atto interpretato come un segnale di attenzione istituzionale in un contesto già segnato dalle risultanze dell’indagine e dalle valutazioni emerse nel dibattito pubblico.

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