Abusi edilizi al Castello delle Cerimonie, i Polese ricorrono alla Cedu: l’ultima speranza per la Sonrisa

I titolari del Castello delle Cerimonie, noto anche come La Sonrisa, hanno deciso di impugnare la sentenza definitiva della Cassazione davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu). Si tratta dell’ultimo tentativo per contrastare la confisca disposta nel febbraio 2024 e per provare a salvare la struttura ricettiva di Sant’Antonio Abate, divenuta celebre a livello nazionale per i cosiddetti “matrimoni napoletani”. Dalla decisione dei giudici di Strasburgo dipende anche il futuro degli oltre 150 lavoratori impiegati nel complesso.

La famiglia Polese, che gestisce il ristorante da due generazioni, si sta muovendo su più fronti. I dialoghi avviati con Comune e Prefettura non hanno però prodotto aperture: le istituzioni hanno finora espresso pareri negativi sulla possibilità di proseguire l’attività all’interno del Castello. Resta dunque percorribile soltanto la strada dei ricorsi giudiziari, nel tentativo di ribaltare una decisione ormai passata in giudicato.

La storia giudiziaria della Sonrisa ha avuto inizio nel 2011, quando gli inquirenti contestarono una lunga serie di abusi edilizi che, secondo le indagini, sarebbero stati realizzati a partire dal 1979 su un’area di oltre 40mila metri quadrati. La confisca riguarda sia gli immobili sia i terreni su cui sorge la struttura, destinati a entrare nel patrimonio immobiliare del Comune di Sant’Antonio Abate.

Con la sentenza del Tribunale di Torre Annunziata del 2016, furono condannati a un anno di reclusione, con pena sospesa, Rita Greco, moglie di Tobia Antonio Polese e Agostino Polese, fratello del noto “Boss delle Cerimonie” e amministratore della società. La decisione di primo grado venne poi parzialmente riformata dalla Corte d’Appello di Napoli. Nel febbraio 2024, la Cassazione ha reso definitiva la sentenza, sancendo la confisca.

Dopo il pronunciamento della Suprema Corte, il Comune di Sant’Antonio Abate ha avviato l’iter per acquisire il complesso come bene comunale, procedendo anche alla revoca delle licenze alle società che gestiscono il ristorante. I Polese hanno impugnato il provvedimento davanti al Tar, che ha consentito la prosecuzione delle attività fino alla definizione dei ricorsi contro la confisca.

Parallelamente, è stata presentata alla Corte d’Appello di Roma un’istanza di cancellazione della confisca, basata su due consulenze tecniche in materia urbanistica e geologica e su riprese video. Secondo la tesi difensiva, gli interventi edilizi non avrebbero trasformato il territorio né arrecato danni all’ambiente o al paesaggio.

L’altro fronte aperto è quello del ricorso alla Cedu. La Corte di Strasburgo non entra nel merito delle sentenze nazionali, ma verifica l’eventuale violazione di diritti tutelati dalla Convenzione europea, come il diritto a un equo processo, il principio di proporzionalità delle pene, la tutela della proprietà privata o il rispetto della vita familiare e professionale. Qualora venga accertata una violazione, la Cedu può condannare lo Stato al risarcimento del danno, senza però annullare automaticamente le sentenze emesse in Italia.

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