Il Tribunale di Napoli ha condannato a due anni di reclusione il medico dell’ospedale Vecchio Pellegrini che, nel gennaio 2019, visitò Anna Siena, la 36enne morta tre giorni dopo a causa di una diagnosi errata. I forti dolori addominali accusati dalla donna furono infatti attribuiti a una semplice lombosciatalgia, mentre erano il segnale di una grave complicanza di una gravidanza in corso.
Secondo quanto ricostruito nel processo, Anna Siena si era presentata al pronto soccorso lamentando dolori intensi. In assenza di approfondimenti diagnostici, le vennero prescritti antidolorifici e fu dimessa con una diagnosi di mal di schiena. La donna non era a conoscenza della gravidanza, ma gli accertamenti post-mortem hanno successivamente chiarito che i dolori erano causati dalla ritenzione di un feto morto in utero.
La morte è sopraggiunta per uno shock emorragico provocato da una sindrome da coagulazione intravascolare disseminata (CID), una complicanza grave direttamente collegata alla ritenzione fetale. Per il medico legale, la tragedia si sarebbe potuta evitare: con una visita più accurata e i necessari controlli, Anna «poteva essere salvata».
Soddisfazione, ma anche amarezza, nelle parole degli avvocati della famiglia Siena, Sergio e Angelo Pisani, che auspicano che la sentenza possa fare giurisprudenza e contribuire a sensibilizzare il personale sanitario. In particolare, l’avvocato Sergio Pisani ha sottolineato come le gravidanze criptiche siano più frequenti di quanto si pensi e richiedano una maggiore attenzione diagnostica, soprattutto nei casi in cui i sintomi non trovano spiegazioni immediate.
Una vicenda che riaccende il dibattito sulla sicurezza delle cure, sull’importanza di diagnosi tempestive e sulla necessità di non sottovalutare segnali clinici potenzialmente letali, anche quando il quadro appare, in apparenza, banale.










