Scampia, le Vele e il vuoto che resta

Un racconto personale e collettivo sulle Vele di Scampia, tra demolizioni, memoria, appartenenza e umanità, che attraversa storie di vita, periferie del mondo e il vuoto lasciato da un luogo mai abbandonato davvero

Chi mi conosce e segue i miei lavori sa bene che non riesco proprio a fermare la mia attenzione sul bello e sul lusso: sono sempre alla ricerca dell’umanità e delle periferie. Amo la sofferenza, ma più della sofferenza in sé amo le storie delle persone che soffrono, faticano, e che ce la mettono tutta a sopravvivere. Ho lavorato e fotografato le periferie in Serbia, in Etiopia, in Uganda, in Libano e, mentre scrivo queste righe, sono in Giordania. Eppure non potevo non salutare ancora una volta le Vele di Scampia: un posto che conosco bene e in cui, in qualche modo, sono cresciuto.

Nel 2020 il mio produttore, Gaetano Di Vaio, mi chiese di scrivere e dirigere un documentario proprio sull’abbattimento delle Vele.  Lo intitolai “Addio dolce casa mia”.

Si iniziò con la Vela Verde, detta la Torre. Era gennaio, faceva freddo — proprio come ora.
La Vela Verde è stata abbattuta il 20 febbraio 2020.
La Vela Gialla è attualmente in fase di demolizione (lavori avviati nel marzo 2025).
La Vela Rossa è attualmente in fase di demolizione (lavori avviati il 17 dicembre 2025).
Oggi tutte le Vele sono vuote.
Resta in piedi soltanto la Vela Celeste, che non sarà demolita ma reinterpretata come spazio civico polifunzionale all’interno del programma di rigenerazione urbana del Comune di Napoli. Chissà cosa intendono veramente.

Secondo il cronoprogramma ufficiale del Comune di Napoli, i primi nuovi edifici residenziali saranno consegnati entro il 2026 e l’intero intervento di ricostruzione e servizi pubblici sarà completato entro il 2028.

Ora sono passati sei anni.
E prima che si decidesse davvero di avanzare con l’abbattimento, le Vele hanno continuato a fare vittime. Penso al ballatoio della Vela Celeste crollato il 22 luglio 2024: un cedimento che non è stato solo strutturale, ma simbolico. È stato il segno definitivo di un tempo che non poteva più essere rimandato.

Per questo sento la necessità di raccontarle ancora.
Perché non riuscirò mai a considerarle brutte, né un esperimento fallito dell’architetto Francesco Di Salvo. Per me non sono mai state soltanto cemento e degrado. Sono state un organismo, un respiro: un’architettura che assorbe e restituisce vita.

Senza negare la loro storia criminale famosissima, per me le Vele sono state spesso — senza troppa gloria — la mamma degli abbandonati: di quelli che perdevano il lavoro, che occupavano per disperazione, che non avevano più la possibilità di pagare un fitto e che hanno preferito la Vela al dormire sotto i ponti. Le storie che ho raccolto nel mio documentario “Addio dolce casa mia” parlano proprio di questo: di gente che grazie alle Vele ha resistito, ha ricominciato, è ripartita.

Erano anni che sentivo fortemente il desiderio di raccontare parte del mio quartiere. Dico parte perché sono di Secondigliano solo per metà. Mio padre è nato e cresciuto qui, mia madre no: mamma è di Napoli centro. L’essere per metà di Secondigliano ha fatto sì che la conoscessi bene; l’ho vissuta con gli amici di scuola, con i miei cugini, ci ho giocato spesso a calcio, ne ho attraversato spesso le strade. E di tutta quella zona, leggendaria era Scampia con le sue Vele, col loro mito di pericolosità e delinquenza. Non ci ho mai creduto, o meglio solo in parte: non a tutto.

La sorella di mio padre, mia zia Mena, per cinque anni ha vissuto all’inizio degli anni Novanta in un appartamento in una delle Vele dopo che mio zio aveva perduto il lavoro. Mio padre non mi ci portava spesso. È capitato qualche volta di domenica pomeriggio dopo pranzo. Ero molto piccolo e di quei momenti ricordo solo i ballatoi lunghissimi con poca luce che ho provato a fotografare spesso. Le Vele sembravano respirare: rumori e suoni si dispiegavano ovunque, la vela era aperta e tesa al vento, con tutta la sua portata di inquietudine e disagio. Le ho sempre trovate affascinanti.

Sono passati anni ormai: mia zia non vive più lì, è riuscita ad avere una casa più grande, più comoda, più bella.
Eppure io appartengo anch’io alle Vele. Che mi piaccia o no, questa è la verità.

Ed è di questo senso di appartenenza — presunto o reale, voluto o celato — che sento l’urgenza e la necessità di raccontare, ma soprattutto di raccontare a me stesso. Come possiamo definire il non luogo dal quale tutti scappiamo, ma al quale sempre ritorniamo per sentire, percepire in maniera tangibile, l’autenticità di ciò che siamo? Il mio non luogo troppo fisico e reale, manifesto in tutto quello che sono capace di fare, è Scampia.

Ogni volta che torno a Napoli dai miei viaggi compio sempre due riti.

Il primo: esco di notte e cammino per tutta Napoli. Di solito parto da Santa Teresa degli scalzi e scendo per il museo Nazionale, arrivo a Port’Alba e attraverso i decumani, risalgo per Spaccanapoli e torno verso Piazza Dante. Mi fermo al bar con gli amici di sempre. Ho bisogno subito di respirare Napoli, come se l’aria mi dovesse rimettere a posto le ossa, come se la città mi dovesse riconoscere prima ancora di salutarmi.

Il secondo: prendo l’auto e vado verso Miano. Passo dal Don Guanella e arrivo proprio fuori le Vele. È un pellegrinaggio muto. Un tratto breve e lunghissimo insieme. Di solito salivo sempre fino al tetto della Vela Celeste: da lì riuscivo a vederle tutte. Ora che c’è il vuoto, mi sento un po’ vuoto anch’io.

Reporter, giornalisti, registi, sceneggiatori e scrittori hanno preso ispirazione dall’universo di Secondigliano e Scampia che non sono la stessa municipalità, ma per molti è come se lo fossero. Alcuni hanno fatto anche lavori buoni. Io non avevo ben chiaro il modo in cui avrei voluto esprimere il mio infinito stupore per quei palazzoni che fino alla fine ho sempre reputato bellissimi, con tutto il loro portato di particolarismo sociale.

Durante i miei sopralluoghi, armato di fotocamera, ho conosciuto ragazzi, bambini, vecchi, donne, uomini. Tutti avevano in comune un sentimento: la fierezza. Erano fieri, tutti — ma proprio tutti — erano fieri di appartenere alle Vele, di essere di Scampia. I primi che ho incrociato per strada sono stati Ciro e Danilo. Ricordo la malinconia negli occhi di Danilo, intensa, forte.

Da bambino la Vela era il suo parco giochi. Mi ha detto che tutti i bambini come lui, appena finita la scuola, si incontravano nei ballatoi pronti a giocare insieme. Una marea di bambini giocava lì: in quei garage bui, in quei ballatoi fatiscenti, in mezzo a perdite d’acqua fetide e a fili della corrente penzoloni e pericolosi. La Vela era casa sua.

Avrei potuto raccontare le Vele così, attraverso la narrazione dei suoi eroi e delle loro storie…

E invece, mentre giornalisti, fotografi, televisioni, documentaristi — tutti, compreso me — rubavamo un pezzo di Vela senza vergogna, senza educazione, senza chiedere il permesso, senza timore, senza scrupolo alcuno, le macerie erano lì, distese al sole, sotto gli occhi di tutti, a rimandarci i tonfi di una storia territoriale al commiato.

Scampia sta migliorando, dicono in molti. Molti pensano che sia un quartiere che ce la può fare. Io penso invece che ce l’ha sempre fatta.
Ha sempre retto il peso del mondo addosso, eppure è rimasta in piedi. E forse è proprio questo che mi fa male adesso: non la “bruttezza” che vogliono cucirle addosso, ma il vuoto che avanza dove prima c’ero io che giocavo a pallone.

Ciro Scuotto

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