Torre del Greco, la protesta dei marittimi contro la crisi Tirrenia e il precariato: sit-in in via Vittorio Veneto

Esplode la rabbia dei marittimi di Torre del Greco travolti dalla crisi legata alla scomparsa dell’ex Tirrenia. In via Vittorio Veneto, davanti alla sede centrale dell’ufficio postale, si è svolto un sit-in di protesta promosso dalle sigle sindacali Federmar Cisal, Ugl e Usb, con gazebo, striscioni, slogan e volantini distribuiti alla cittadinanza.

Una mobilitazione che ha coinvolto lavoratori provenienti non solo da Torre del Greco ma anche da Ercolano, in una città simbolo della tradizione marinara e secondo comparto nazionale per numero di matricole attive dopo Genova. Al centro della protesta, una crisi che va oltre una singola azienda e investe l’intero comparto marittimo italiano, fortemente concentrato nella provincia di Napoli, che rappresenta circa il 60% del settore a livello nazionale.

La manifestazione nasce da premesse definite dai sindacati “chiare e pesanti”: la progressiva dissoluzione di Tirrenia, ex flotta pubblica, e la conseguente incertezza occupazionale per centinaia di lavoratori. Secondo le organizzazioni sindacali, molti marittimi sono impiegati da 10-15 anni in regime di precariato e oggi si sentono dire di cercare un’altra azienda.

Chi ha distrutto Tirrenia deve spiegare come in dieci anni si sia passati da quindici a due sole navi”, accusano i promotori della protesta, sottolineando come la crisi colpisca in maniera diretta il territorio vesuviano, dove vivono e lavorano numerosi addetti del settore.

Nel corso del sit-in è emerso con forza il senso di abbandono vissuto dai lavoratori del mare. I marittimi denunciano stipendi progressivamente svalutati, turni che confinano l’esistenza tra lavoro e cabina, tagli alle indennità di malattia e all’assistenza sanitaria di settore, oltre a una formazione professionale spesso pagata di tasca propria.

A fronte di una vita di sacrifici, secondo i lavoratori, sgravi e incentivi continuano a essere destinati esclusivamente agli armatori, lasciando scoperto l’anello più debole della filiera. Accanto alle condizioni materiali, la protesta ha acceso i riflettori sui diritti negati o fortemente limitati, dal diritto di voto al mancato riconoscimento del lavoro usurante, fino alle restrizioni al diritto di sciopero.

Un altro tema centrale riguarda il futuro previdenziale e generazionale del settore. “Quarant’anni lontano dalle famiglie per andare in pensione a 67 anni”, denunciano i marittimi, parlando di un mestiere che oggi appare privo di prospettive, soprattutto per i giovani, sempre più lontani da una professione un tempo sinonimo di orgoglio e stabilità.

Secondo i sindacati, alle condizioni attuali, tra salari bassi, precarietà e dignità calpestata, diventa difficile immaginare un ricambio generazionale nel lavoro del mare.

Le organizzazioni sindacali hanno ribadito che qualsiasi ipotesi di trasferimento o ricollocazione dei lavoratori dovrà avvenire solo attraverso accordi sindacali chiari, capaci di tutelare contratti, anzianità e dignità, senza discriminazioni. A rafforzare il peso politico della manifestazione è stata la presenza del segretario nazionale dell’Ugl, che ha sottolineato come la vertenza Tirrenia non possa essere considerata una semplice ristrutturazione aziendale.

In gioco, è stato ribadito, c’è il futuro di un settore strategico e di intere comunità costiere, che rischiano di perdere occupazione, competenze e identità.

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