Mediterraneo: Piassa, ferita urbana nel cuore di Addis Abeba

Un racconto personale e urbano attraversa Piassa tra eredità coloniale, vita di strada e fratture storiche, fino alla trasformazione forzata che ha svuotato il cuore di Addis Abeba della sua memoria

Arrivo a Piassa nel 2019 con poche certezze e una sola vera guida: Marco Di Nunzio, un amico conosciuto all’Università Orientale di Napoli. Marco viene da corso Garibaldi. Ogni tanto riusciamo ancora a sentirci, molto poco purtroppo, come succede a chi cresce, vive, e si sposta, gli uomini si spostano in continuazione. Oggi è Associate Professor in Urban Anthropology all’Università di Birmingham (Regno Unito).

Marco ha studiato per anni la vita urbana, le economie di strada, l’abitare e le disuguaglianze di Addis Abeba. Ha conseguito un dottorato a Oxford ed è autore di The Act of Living. È lui a introdurmi all’anima del quartiere e della sua identità più profonda: Arada.

Prima del mio arrivo Marco mi dà poche ma precise dritte. Mi indica un luogo: una vecchia pasticceria che si chiama Enrico, attiva oggi da più di 60 anni.

Scopro che Enrico era un italiano arrivato qui molti anni prima, fondatore di quel laboratorio di dolci. Aveva insegnato tutto quello che sapeva a un suo apprendista etiope, e quella bottega è rimasta viva ancora oggi. Una piccola eredità silenziosa, sopravvissuta al tempo, al colonialismo, alle promesse mancate.

È da Enrico che comincia il mio Piassa, che viene dalla parola italiana “Piazza”: il colonialismo ha lasciato conseguenze anche linguistiche.
C’è anche un altro quartiere, Kazanchis, il cui nome deriva da un’africanizzazione fonetica di Casa INCIS. Quando scoprii questa cosa mi venne un sorriso spontaneo: mi venne subito in mente il rione INCIS di Ponticelli.

Kazanchis è documentato già negli anni Cinquanta come quartiere sorto attorno a un grande edificio chiamato Casa INCIS, poi divenuto sede militare, uffici internazionali e infine centro di detenzione segreta durante il regime di Menghistu. Nonostante tutto questo, oggi sta messo meglio di quello di Ponticelli.

Nel quartiere Piassa, cuore storico del distretto Arada, l’Africa doveva diventare moderna.
Qui l’Italia fascista costruì il suo laboratorio urbano: viali larghi, palazzi razionalisti, architetture severe che promettevano ordine, progresso, futuro.

Piassa doveva essere “più avanti di tutto il resto”. E per decenni lo è stata davvero: centro economico, vetrina urbana, punto di riferimento della capitale etiope.

Quando ci arrivo io, nel 2019, Piassa è ancora riconoscibile, ma già spezzata. Le strutture sono in piedi, ma stanche. I palazzi hanno la pelle scrostata, i balconi piegati, le facciate annerite. Tra i muri che un tempo parlavano di progresso, crescono baracche in lamiera, venditori abusivi, dormitori improvvisati.

Arada non è solo il nome di un quartiere: è una dichiarazione. Significa “io sono di Arada, io sono Arada” — e in napoletano si potrebbe tradurre così: scugnizzo, furbo, figlio della strada.
Essere Arada significa imparare a muoversi tra regole non scritte, sopravvivere in una città che corre più veloce delle sue promesse.

Ma Piassa non è diventata semplicemente povera. È diventata pericolosa. Abbandonata. Angosciante.
Il futurismo coloniale — che doveva portare ordine — ha lasciato una rovina urbana che oggi è percepita come uno dei luoghi più fragili e violenti della capitale. Le stesse architetture che dovevano costruire il domani sono diventate il contenitore di un presente che nessuno vuole più guardare.

Nel 2019 fotografavo tutto questo senza sapere che stavo documentando l’ultima Addis prima della frattura.
Ho tenuto le mie foto nel cassetto per sei anni. Pensavo fossero solo ricordi. Erano invece l’ultima immagine di una città che non c’è più.
Poi è arrivato il resto. La guerra del Tigray, la crisi umanitaria, la chiusura politica, l’isolamento internazionale, la paura. L’Etiopia è entrata in una stagione nuova e più dura, e Addis Abeba ha cominciato a cambiare volto.

Nel 2024 il cuore storico di Piassa è stato profondamente trasformato da un grande programma di sviluppo urbano legato al cosiddetto Corridor Development Project e ad altri interventi infrastrutturali promossi dal governo di Abiy Ahmed.

Una parte significativa del quartiere è stata demolita per far posto a nuove arterie stradali, corridoi urbani e spazi pubblici. Le autorità cittadine hanno riconosciuto che oltre 11.000 residenti sono stati spostati dalle loro case verso zone periferiche spesso incomplete o non adeguatamente servite.

Secondo cronache locali e osservatori del patrimonio urbano, decine di edifici storici di Piassa sono stati cancellati o gravemente compromessi, segnando una perdita irreversibile per la memoria architettonica e sociale della capitale.
Su Piassa è calata una seconda frattura, silenziosa e irreversibile: la modernizzazione.

Quartieri interi sono stati spazzati via per far posto a corridoi stradali, piazze artificiali, parchi-vetrina, boulevard pensati per una città globale che Addis ancora non è.
Case, botteghe, mercati, caffè, officine, luoghi di ritrovo sono scomparsi in pochi mesi.
Le famiglie sono state trasferite lontano. Chi è rimasto vive tra cantieri, recinzioni metalliche, polvere.

Piassa non è stata solo “riqualificata”: è stata svuotata. Le strade che avevo fotografato nel 2019 non esistono più come le ricordavo.
Al loro posto ci sono piazze nuove, larghe, pulite, ma senza memoria.
La vita che faceva di Piassa un cuore urbano è stata spostata ai margini.

Oggi Piassa è una scenografia. È una città rifatta, ma senza il suo popolo. È un futuro che avanza cancellando il presente che lo aveva reso possibile. Il quartiere che doveva rappresentare la modernità è diventato il simbolo di una modernizzazione imposta, verticale, che non protegge chi la città la vive davvero.

Piassa oggi non è più solo un luogo. È una ferita urbana. È la dimostrazione che si può distruggere una città due volte: la prima con il colonialismo, la seconda con lo sviluppo senza memoria.

E allora la domanda resta aperta:
che cosa rimane di una città quando il futuro che le era stato promesso muore prima di arrivare — e quello nuovo cancella anche ciò che era rimasto?

Io, nel 2019, ho fotografato proprio quel momento fragile. Quando il futuro stava già crollando,
ma nessuno lo aveva ancora chiamato per nome.

La mia foto preferita è questa. Un gruppo di uomini seduti fuori al bar. Uno di loro indossa un completo elegante, una cravatta, un cappello, occhiali da sole. Sta seduto composto, con una birra in mano, come se fosse davanti a un bar di Napoli.

Potrebbe essere Forcella, il Vasto, Gainturco, e invece è Addis Abeba, era, Addis Abeba, Ethiopia. Oggi chissà.

Ciro Scuotto

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