L’omicidio di Ottavio Colalongo, avvenuto a Scisciano il 17 dicembre 2025, è stato ricostruito come un delitto pianificato ed eseguito su ordine dei vertici criminali, aggravato dalle modalità e finalità mafiose. Nella notte, i Carabinieri del Gruppo di Castello di Cisterna, operando tra le province di Napoli e Avellino, hanno eseguito otto decreti di fermo emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, nell’ambito di un’inchiesta che ha fatto luce su un articolato scenario di alleanze e contrapposizioni camorristiche nell’area nord della provincia partenopea.
Le accuse e il provvedimento della Dda
I provvedimenti restrittivi riguardano otto indagati, ritenuti responsabili, a vario titolo, dell’omicidio aggravato dalle modalità e dalle finalità mafiose di Ottavio Colalongo. Il decreto di fermo è stato emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli ed eseguito dai Carabinieri del Gruppo di Castello di Cisterna, al termine di un’attività investigativa che ha consentito di ricostruire mandanti, movente e contesto criminale del delitto. L’inchiesta è coordinata dal pm anticamorra Henry John Woodcock, sotto la direzione dell’aggiunto Sergio Ferrigno.
Il delitto del 17 dicembre a Scisciano
La sera del 17 dicembre 2025, Ottavio Colalongo si trovava in sella al suo scooter Honda Sh quando, in via Garibaldi a Scisciano, è stato affiancato da due sicari in moto. I primi colpi di pistola lo hanno fatto cadere a terra. L’azione si è conclusa con un’esecuzione a distanza ravvicinata: un ultimo colpo al volto, esploso quando la vittima era già ferita e inerme. Sul posto è stata rinvenuta anche un’arma calibro 9, elemento che ha rafforzato sin da subito la matrice camorristica dell’omicidio.
Un omicidio deciso “dall’alto”
Secondo quanto emerso dalle indagini, l’omicidio di Colalongo non sarebbe stato un gesto estemporaneo, ma un’azione decisa ai vertici di un gruppo criminale, con una pianificazione accurata e una esecuzione affidata a sicari.
I mandanti, secondo gli inquirenti, sarebbero già detenuti, a conferma di un ordine partito dall’alto e inserito in una strategia di controllo del territorio. Il delitto si colloca all’interno di uno scontro tra clan per il predominio su aree ritenute strategiche.
La guerra per il controllo dei territori
L’omicidio matura nello scenario di una faida per il controllo dei territori di Marigliano, Scisciano e San Vitaliano, comuni centrali in una mappa criminale più ampia. Da un lato, la federazione composta dai gruppi Luongo, Covone e Aloia, indicata in alcune informative anche come asse Luongo-Covone-Appia. Dall’altro, il gruppo Filippini, contesto nel quale, secondo gli investigatori, si collocava Ottavio Colalongo.
Un conflitto che non si limita ai confini comunali ma che si estende verso Afragola, Acerra e arriva a lambire parte della provincia di Avellino, attraverso un sistema complesso di alleanze e contrapposizioni.
Il profilo della vittima e il clan Filippini
Ottavio Colalongo era noto alle forze dell’ordine e, secondo gli investigatori, sarebbe stato vicino ad ambienti del clan Filippini, attivo tra Marigliano, San Vitaliano, Cimitile e comuni limitrofi. Nella Relazione sulla Criminalità Campana del 2021, il clan Filippini viene descritto come un’organizzazione “a conduzione familiare”, operante prevalentemente nel traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. Un posizionamento che avrebbe contribuito a renderlo un obiettivo nello scontro in atto tra gruppi rivali.
Le intercettazioni e i segnali del pericolo
Un ruolo centrale nell’inchiesta è svolto dalle intercettazioni, che restituiscono il clima di tensione crescente vissuto dalla vittima nelle settimane precedenti al delitto. Colalongo manifesta apertamente la percezione di essere diventato un bersaglio, lamentando anche difficoltà economiche legate alla gestione delle attività criminali: «Con duemila euro a settimana a zio… io mi conservavo 400 euro… ma se mi mandi 500 euro a settimana a zio, non ce la faccio neanche a far mangiare con i figli miei».
In un altro passaggio, riferisce di essere stato esposto nei confronti di altri gruppi: «Mi è stato creato solo un grande problema con Afragola, bello papale papale, a zio. Afragola, perché il nome mio “cammina” per Afragola». Una consapevolezza che si traduce in un presagio: «Io poi mi so muovere, mica sono uno sprovveduto. Mi devo guardare le spalle.
Le alleanze criminali nell’area nord
Le indagini hanno permesso di delineare un sistema criminale articolato, operante nell’area nord-est della provincia di Napoli, caratterizzato da equilibri precari tra alleanze e faide. I gruppi attivi tra Afragola, Acerra, Marigliano, San Vitaliano e Scisciano risultano collegati anche a contesti criminali della provincia di Avellino, in una rete che ridisegna gli assetti della camorra locale e spiega la violenza del conflitto in corso.
I nomi dei fermati
Nell’ambito dell’operazione, su richiesta della Dda di Napoli, sono stati fermati:
- Daniele Augusto
- Bernardo Cava
- Luca Covone
- Matteo Covone
- Christian Della Valle
- Ciro Guardasole
- Eduardo Polverino
- Giovanni Tarantino
Tutti risultano indagati e, come previsto dalla legge, potranno dimostrare la correttezza della propria condotta nel corso degli interrogatori di convalida dinanzi al gip, attualmente in corso.









