Il tribunale di Napoli ha emesso la prima sentenza a seguito dell’inchiesta che nel settembre 2024 aveva portato all’arresto di boss, vertici e gregari del clan Fabbrocino, una delle cosche più influenti del Vesuviano. L’indagine, avviata oltre un anno e mezzo fa dai carabinieri di Castello di Cisterna e coordinata dall’Antimafia, ha ricostruito il sistema di racket e controllo del territorio attuato dalla cosca, attiva tra San Giuseppe Vesuviano, San Gennaro Vesuviano, Palma Campania, Ottaviano e altre località.
Condanne e vertici della cosca
Il gup Marco Discepolo ha inflitto condanne per quasi 90 anni complessivi a nove imputati, con durissime pene per i vertici del clan: 17 anni e 9 mesi a Mario Fabbrocino, cugino e omonimo dello storico padrino “Mario o’ gravunaro” scomparso nel 2019; 11 anni a Michele La Marca, Francesco Maturo e Gennaro Nappi; 14 anni ad Antonio Iovino, tutti giudicati con rito abbreviato. Solo due assoluzioni. L’elenco dei processati non include Biagio Bifulco, esponente di primo piano, che ha scelto il rito ordinario.
Il pubblico ministero Giuseppe Visone ha costruito il castello accusatorio su intercettazioni e dichiarazioni contenute in oltre duecento pagine d’ordinanza. Le accuse principali spaziano dall’associazione di tipo mafioso, alla detenzione e porto di armi, fino all’estorsione, tentata estorsione e trasferimento fraudolento di valori. Nel blitz del 2024 erano finite in manette tredici persone, mentre altre trenta erano indagate.
Il sistema criminale e gli affari illeciti
L’inchiesta ha evidenziato come la cosca fosse fortemente radicata nel tessuto economico e sociale del territorio, imponendo il racket alle imprese locali, ma offrendo anche “consigli e favori” ai residenti. Il quartier generale, un piccolo ufficio situato nel cimitero di Palma Campania, era il centro da cui i reggenti, tra cui Mario Fabbrocino, coordinavano le estorsioni e altri affari illeciti. Qui si tenevano i summit per definire gli incarichi dei membri del clan, dalla gestione delle attività criminali ai ruoli di “segreteria” e organizzazione.
Le intercettazioni raccolte hanno documentato episodi drammatici, come la richiesta di un padre al capoclan di far punire figlio e genero: la risposta non fu l’omicidio, ma un pestaggio disposto dal boss. Il clan continuava a incassare denaro da decine di aziende nel Vesuviano, imponendo anche forniture di materiali come il calcestruzzo attraverso ditte “amiche”.
Un impero criminale sotto controllo
Nonostante la morte del fondatore Mario o’ Gravunaro, il clan Fabbrocino ha mantenuto la propria forza, riorganizzando la gestione del racket e ampliando gli affari illeciti, fino a riciclare capitali anche all’estero. L’inchiesta conferma la capacità della cosca di mettere le mani sull’economia locale e di mantenere il controllo sociale, costringendo gli imprenditori a versare denaro nelle casse del clan per poter operare. L’operazione giudiziaria e le condanne odierne rappresentano un passo importante nella lotta allo strapotere criminale nel Vesuviano, evidenziando la determinazione dello Stato a colpire la camorra e i suoi business.










