Ho incontrato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, all’aeroporto di Fiumicino lo scorso 9 gennaio 2026. Ero diretto ad Amman, in Giordania. Anche lui.
Da maggio 2024 vivo ad Amman, per motivi familiari e lavorativi. Non è la mia prima volta in questa parte del mondo: qui sento una naturale familiarità che raramente mi fa sentire straniero. Già nel 2012 ho scritto e diretto un documentario sui rifugiati siriani in Libano, nei mesi immediatamente successivi ai primi scontri in Siria.
Io e il cardinale eravamo in fila, molto vicini. A una prima occhiata non l’avevo riconosciuto subito: era vestito da prete, sì, ma non da cardinale. Poi mi sono tornate in mente le immagini di lui che camminava a Gaza. Una forza naturale mi ha fatto superare l’imbarazzo e l’ho chiamato, proprio lì, prima dell’ingresso in aeroporto. A voce normale ho esclamato:
“Cardinale”.
Ho teso la mano, e ce la siamo stretta forte. “Grazie. Grazie mille per essere stato a Gaza. Le immagini di Lei lì, mentre cammina in mezzo alle macerie, dentro l’espressione più violenta dell’odio umano — quella che oggi rappresenta tutte le guerre del mondo — per me, e penso per molti, sono state molto importanti. Grazie ancora”.
In attesa che le hostess aprissero gli imbarchi abbiamo parlato della difficoltà di quei giorni, di cosa abbia significato esserci davvero.
Prima di salutarci ci siamo scambiati le mail. Da quell’incontro nasce questa intervista.
Esclusiva, il Cardinale Pizzaballa per il Gazzettino vesuviano
Quando ha camminato tra le macerie di Gaza, ha sentito di essere più “pastore”, più “diplomatico” o semplicemente un uomo tra altri uomini feriti?
In quale ruolo si è riconosciuto di più in quel momento?
Pastore. E anche uomo tra uomini feriti, ma proprio nel senso più evangelico del termine: essere lì “con” e non “sopra”. Nella dichiarazione dopo la visita ho detto esplicitamente: “Non siamo venuti come politici o diplomatici, ma come pastori”. E la parola “pastore” lì non è un’etichetta: è il modo concreto di stare davanti a persone che “hanno perso tutto”, di non lasciarle sole, di non trasformare il dolore in un tema da convegno.
C’è un’immagine, un volto o un silenzio di quei giorni che Le è rimasto dentro e che fatica a lasciare?
Ne emergono più di uno, e spesso sono dettagli “inermi” che ti inseguono: i bambini che giocano come se il rumore dei bombardamenti fosse diventato normale, e poi le code, l’umiliazione, l’attesa al sole per un pasto. E poi i volti: il volto di un padre accanto al letto dell’unico figlio che gli è rimasto della sua famiglia, gravemente menomato. Accanto a questo, però, mi resta anche un altro fotogramma: madri che cucinano per altri, infermiere che curano con gentilezza, meravigliosa umanità in mezzo alla devastazione.
Lei ha scelto di “andare”, mentre gran parte del mondo ha scelto di “guardare”.
Crede che oggi l’assenza fisica dai luoghi del dolore sia diventata una forma nuova di irresponsabilità morale?
Se l’assenza diventa abitudine (e dunque rimozione), sì: rischia di diventare una forma di irresponsabilità. Perché la distanza rende facile parlare, schierarsi, giudicare; ma rende più difficile vedere l’umiliazione e chiamarla col suo nome. Ho da sempre insistito sul valore di “essere qui”, “esserci”, come segno di unità e solidarietà reale, non solo dichiarata. Ed è importante per chi ha una responsabilità qualsiasi, assumerla fino in fondo, esserci per coloro verso i quali sei responsabile, metterci il cuore, ma anche la faccia. Esserci, restare, sono una scelta deliberata, un modo di rispondere a chi vuole chiudere le porte.
Che cosa direbbe oggi all’Europa, che sembra paralizzata tra paura, interessi e rimozioni, mentre la guerra è tornata a essere linguaggio normale?
Direi: non fate della pace uno slogan, mentre la guerra rimane il pane quotidiano dei poveri. E poi: chiamate le cose per nome, senza doppie misure; perché quando la guerra torna “normale”, la prima vittima è la coscienza. E se la coscienza si anestetizza, restano solo interessi e paura.
È ancora possibile parlare di riconciliazione quando il trauma è così profondo e la vendetta così strutturata? Da dove si ricomincia davvero, secondo Lei?
Sì, se per “riconciliazione” non intendiamo una scorciatoia emotiva, ma un cammino che passa da verità, giustizia e misericordia. Solo chi riconosce la propria fragilità e il bisogno di misericordia può diventare strumento di riconciliazione. La riconciliazione, o almeno il suo desiderio, sono è la risorsa morale che consente di aprire orizzonti, di non chiuderci a difesa delle nostre roccaforti identitarie. Sembra utopia, in questo momento, lo so, ma è necessario comunque continuare a parlarne. Proprio quando tutti parlano di guerra, è il momento per rispondere parlando di pace, di riconciliazione. È l’unico modo che abbiamo, per quanto fragile, per dare voce, volto e luce alla coscienza civile di persone e comunità che non si vogliono arrendere a questa deriva.
E ripartire “sul serio” significa almeno tre cose molto concrete: anzitutto, salvaguardare e proteggere la vita e la dignità di ogni persona. Spezzare la logica di un futuro fondato su prospettive sociali e culturali, prima ancora che politiche, che includano e giustifichino spostamenti forzati e vendetta. Infine, bisogna coltivare un “metodo” interiore che non sia dominato dalla paura o dal calcolo, ma dall’accoglienza e dalla fiducia.
Se dovesse lasciare una sola frase ai giovani arabi ed europei che stanno crescendo in questo tempo di guerra, quale sarebbe?
Una frase sola: “Non lasciate che l’odio vi rubi il cuore: diventate luce, costruite gesti di misericordia, e non fate della pace una parola vuota”.
Se un bambino Le chiedesse: “Che cos’è l’odio? come si ferma tutto questo?”, che cosa gli risponderebbe?
Direi con semplicità: L’odio è quando il dolore diventa un sasso che vuoi tirare a qualcuno. Si ferma quando qualcuno lo posa per primo.
E poi, concretamente: si ferma con persone che non abbandonano chi soffre, che accendono, una candela nell’oscurità, che fanno atti di misericordia anche minuscoli. E con un cuore che impara a non vivere solo di paura e calcolo, ma di fiducia e dono.
Ciro Scuotto









