Le Olimpiadi, la tregua sacra e lo strano silenzio di una telecamera

Le Olimpiadi nate per fermare le guerre ospitano una poesia contro la guerra, ma la televisione sceglie la distanza: Ghali c’è, ma resta sullo sfondo, e il silenzio fa rumore

Le Olimpiadi nacquero nell’antica Grecia come molto più di una gara atletica: erano una tregua sacra. Con l’inizio dei giochi, le guerre si fermavano. Per giorni, per settimane, le armi tacevano.

Oggi, invece, le guerre non si fermano più. E alla cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026, andata in onda venerdì 6 febbraio allo stadio San Siro, è andato in scena uno spettacolo singolare.

Ghali è salito sul palco e ha interpretato Promemoria di Gianni Rodari. Una poesia semplice, diretta, disarmante. Un testo che ricorda al mondo che la guerra fa male, che l’odio distrugge, che la pace non è una posizione politica, ma un principio umano elementare.

Eppure quel messaggio, proprio perché universale, è stato accompagnato da una regia quantomeno singolare. Soprattutto per me che sono miope.

Durante tutta l’esibizione non c’è stato alcun primo piano prolungato su Ghali, il suo nome non è mai stato presentato dai commentatori e non c’è stato nemmeno un momento in cui venisse esplicitato che fosse lui a leggere Rodari. Solo campi lunghi, lunghissimi aggiungerei, inquadrature dall’alto, la colomba di ballerini in primo piano, Ghali sempre sullo sfondo, quasi un elemento della coreografia e non il portatore di parole.

È un fatto osservabile da chiunque abbia seguito la diretta. Non un’opinione: un’immagine televisiva.

Già alla vigilia Ghali aveva raccontato, in un post molto chiaro, il retroscena. La poesia era stata pensata come lettura multilingue. Lui avrebbe voluto includere anche l’arabo. Alla fine la scelta non è stata accolta: la lettura è rimasta in italiano, francese e inglese.

Non esiste una nota ufficiale che dica “vietato l’arabo”. Esiste però una dichiarazione diretta dell’artista che parla di una rinuncia non voluta.

A questo punto viene naturale chiedersi se le inquadrature così distanti siano state solo una scelta registica “artistica” — mettere al centro la colomba, l’ensemble, il simbolo.
O se non abbia pesato, almeno un po’, il precedente di Sanremo, quando Ghali aveva già espresso in modo netto il rifiuto della guerra.

Non è un’accusa. È una domanda. Ma in televisione anche le inquadrature raccontano. E spesso dicono più delle parole.

Il finale è quasi paradossale. Se l’intenzione era tenere Ghali e il suo messaggio in un profilo basso, discreto, “neutro”, forse si è ottenuto l’effetto opposto, perché oggi il video di quei minuti sta girando ovunque. Sui social, nei gruppi, nei tg, nei dibattiti.
La poesia è uscita dall’inquadratura stretta ed è entrata nella conversazione reale.

E quando un messaggio di pace riesce a fare questo, vuol dire che il problema non era la telecamera. Era il silenzio che qualcuno sperava di mantenere.

Chiudo con un pensiero mio, personalissimo: la lingua araba è una lingua bellissima.

Ciro Scuotto

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