Il panorama del giallo italiano contemporaneo trova oggi una delle sue voci più autorevoli e materiche in Giovanni Taranto. Con l’uscita de La chianca (Avagliano Editore), prevista per il 20 febbraio 2026, l’autore giunge al quarto capitolo della saga dedicata al Capitano Giulio Mariani, consolidando un percorso letterario che ha già saputo varcare i confini nazionali per approdare nelle prestigiose biblioteche di Harvard e Princeton.
Taranto, giornalista di razza specializzato in cronaca nera e giudiziaria, non si limita a scrivere fiction: seziona la realtà. La sua carriera è indissolubilmente legata alla memoria dell’amico e collega Giancarlo Siani, un legame che trasforma la sua scrittura in un atto di testimonianza civile. Se la trilogia precedente — composta da La fiamma spezzata, Requiem sull’ottava nota e Mala fede — ha già vinto premi prestigiosi come il Premio Mysstery per il miglior giallo italiano, e il premio MCL Aghinolfi a Massa per la miglior serie crime italiana, quest’ultima opera promette di essere la più cruda e viscerale.
Un’indagine tra “carne e fango”
Ne La chianca – ancora una volta ambientata nel Vesuviano degli anni ’90 – il Capitano Mariani si trova a fronteggiare un “inferno” moderno: la tratta delle donne gestita dalla camorra e dalle mafie dell’Est. Il titolo stesso, che rimanda alla “macelleria”, evoca l’immagine di esistenze fatte a pezzi, vittime di un commercio umano che Taranto descrive con una lingua “colorata e tagliente”, sospesa tra il gergo burocratico e quello della strada.
Mentre Mariani indaga sulle infiltrazioni nei grandi appalti per il risanamento del Golfo, l’ombra di un serial killer di prostitute e il sospetto di una “talpa” all’interno della Compagnia caricano la narrazione di una tensione etica altissima. Come sottolineato da Cecilia Scerbanenco custode della memoria del padre Giorgio, maestro del noir italiano, di cui cura archivi e ripubblicazione delle opere, contribuendo in modo determinante alla conservazione e alla valorizzazione della letteratura di genere in Italia, le voci di questo romanzo compongono un vero “coro da tragedia greca” che risuona tra le strade di Napoli e del Vesuviano.
Oltre la pagina: L’impegno civile
L’opera di Taranto non è un esercizio di stile fine a sé stesso. Il sociologo Derrick de Kerckhove – sociologo di fama mondiale che indaga le radici della cultura digitale e l’impatto delle tecnologie sulla mente umana e sulla società, nonché erede di Marshall McLuhan – ha definito i suoi romanzi uno strumento tecnologico del linguaggio per combattere la “predestinazione sociale”. Non è un caso che i libri del cronista oplontino siano al centro di progetti di lettura nell’Istituto Penale Minorile di Nisida, segno di un impegno che l’autore porta avanti anche come figura di riferimento per la legalità sul territorio.
Il Capitano Mariani è diventato un simbolo dell’Arma e della lotta all’illegalità celebrato persino all’ONU. In questo quarto capitolo, “La chianca”, quali nuove sfumature emergeranno in un uomo che deve confrontarsi con una verità “che non avrebbe mai potuto sospettare”?
Giulio Mariani è un ottimo investigatore. E anche profondamente umano. Questo è uno dei suoi punti di forza, ma talvolta può rappresentare anche una debolezza. Al contrario dei detective creati esclusivamente per trame letterarie o per il video, al mio Capitano accade di fallire. È una persona, non un personaggio. E la realtà è così. Ma Giulio è un resiliente. Certo, gli succede di andare KO, o di dover mettere un ginocchio per terra. Ma sa sempre come rialzarsi e arrivare alla verità. A qualsiasi costo.
I suoi libri sono strumenti di riscatto a Nisida. Come intende proseguire questo progetto per portare i temi della legalità e della fiducia nelle istituzioni tra i giovani, partendo proprio dai “banchi di scuola”?
Arrivare ai giovani è fondamentale per creare i presupposti della costruzione di una più ampia coscienza della legalità. Spesso incontro studenti nelle scuole di ogni ordine e grado, ed è una delle cose che preferisco. Ma ancor più sono felice se determinati messaggi arrivano ai ragazzi cosiddetti “a rischio”. Anche con Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni, che fu con me al tavolo dove presentammo “Requiem sull’ottava nota”, a Palermo, fummo concordi su un punto fondamentale: occorre tagliare il ricambio e il legame generazionale che coopta e divora intere generazioni di ragazzi nei clan. E lo si può fare solo con una profonda trasformazione culturale.
Le sue opere sono presenti nelle biblioteche di Harvard e Princeton. Quanto è importante, per un autore che ha vissuto in prima linea le minacce della camorra, ricevere una validazione accademica internazionale di tale prestigio?
La vera verità – come direbbe Mariani – è che io non scrivo per i premi e i riconoscimenti, anche se ne ho vinti e ricevuti molti, di cui sono onorato e riconoscente. Ovviamente mi fa molto piacere sapere che istituzioni come i due atenei statunitensi abbiano ritenuto le mie opere meritevoli di attenzione. È il segno che il “progetto Mariani” sta funzionando, e che si possono far comprendere i meccanismi del crimine ai lettori anche attraverso lo strumento del giallo. E così si può spingere la gente a fare precise scelte di campo.
Di lei si è detto che ha creato un nuovo stile: il “noir vesuviano”, o “giallo vulcanico”. Qualcosa di originale che trascina il lettore dentro un universo reale. Il Capitano Mariani è al centro di questo universo. Può anticiparci se sono già in cantiere nuovi capitoli letterari che lo vedranno protagonista?
Le indagini del Capitano non si fermano mai. Ha già sulla scrivania i faldoni relativi ad altri due casi molto complicati. In uno dovrà spingersi molto lontano dal Vesuvio e dall’Italia, e nell’altro, invece, dovrà immergersi ancora più profondamente nei recessi più oscuri della terra in cui opera. Ci vorrà un po’ perché possa affrontarli e risolverli. Ma poi arriveranno ai lettori, come è già stato per i primi tre capitoli e come ora sta avvenendo per “La chianca”.
Gennaro Cirillo









