Si entrava a far parte del clan con il rito della pungitura, una pratica molto simile a quelle della ‘ndrangheta. Questo e molto altro è emerso dall’indagine cominciata nel 2023 e che oggi, mercoledì 11 febbraio, ha permesso di arrestare 21 persone ritenute collegate a una nuova organizzazione di stampo camorristico, il clan Gagliardi, nato dalle ceneri dello storico clan La Torre, legato ai Casalesi.
L’operazione, condotta dai carabinieri del comando provinciale di Caserta e diretta dalla Dda di Napoli, ha portato 13 persone in carcere, 5 ai domiciliari e 3 all’obbligo di firma. Il sodalizio prende il nome da Angelo Gagliardi, ex affiliato ai La Torre e già detenuto. E che gli inquirenti ritengono il capo.
I pestaggi in videochiamata dal carcere
Associazione a delinquere di stampo camorristico, estorsione, incendio, detenzione, porto d’armi e traffico di droga sono solo alcuni dei reati contestati. Ad essi infatti, si aggiungono anche la ricettazione, le minacce e le lesioni personali.
Secondo gli inquirenti, Angelo Gagliardi dal carcere avrebbe continuato a impartire ordini dal carcere e anzi, avrebbe anche assistito in videochiamata ai pestaggi effettuati dagli affiliati ai danni di imprenditori che resistevano alle estorsioni. Era lui, sempre secondo le indagini, a ordinare quando i suoi picchiatori dovevano fermarsi.
Numerosi gli episodi documentati: aggressioni fisiche e incendi di automobili servivano a imporre il controllo sul territorio. I proventi venivano poi destinati al sostentamento degli affiliati detenuti.
Il rito della pungitura e l’attacco sventato alla caserma
Durante una conferenza stampa in Procura a Napoli, il procuratore Nicola Gratteri ha sottolineato la “marcata attitudine alla violenza, finalizzata a creare condizioni di assoggettamento” del clan Gagliardi, con l’obiettivo di controllare le attività economiche a Mondragone.
Oltre al rito della pungitura per gli spiranti affiliati, l’organizzazione pretendeva prove di fedeltà. In un’occasione, era stato programmato un assalto alla caserma locale dei carabinieri con colpi d’arma da fuoco. L’azione non si è mai concretizzata solo grazie alla tempestività di prevenzione dei militari.
Il clan Gagliardi è “una struttura chiusa e pericolosa”, come l’ha definita Gratteri, “collegata dall’esterno al carcere con il capo”, Angelo Gagliardi.
Sempre nel corso delle indagini è emerso il tentativo, vano, di usare una donna spacciandola per l’amante di un carabiniere, per proteggere un carico di droga sequestrato.
Il sistema della droga delivery e i tentativi di depistaggio
Il core business del clan rimaneva lo spaccio di droga, organizzato con una vera e propria flotta di scooter per le consegne a domicilio. Molto simile a un servizio delivery.
L’inchiesta ha anche rivelato un retroscena: un pusher che aveva tentato sottrarre droga al clan è stato costretto dal padre, ex collaboratore di giustizia, a restituire tutto non appena l’uomo ha capito chi ci fosse a capo dell’organizzazione.
Armi e droga sequestrate nel corso delle indagini
L’attività investigativa svelata dal procuratore di Napoli Gratteri e dal comandante provinciale dei carabinieri Manuel Scarso, ha portato al sequestro di 1.100 grammi di cocaina, 500 di hashish, una pistola Beretta calibro 7,65 con serbatoio e 9 cartucce e una pistola Beretta modello 84, anch’essa con serbatoio e 36 cartucce dello stesso calibro.









