Entrare in un casinò è un po’ come varcare la soglia di un teatro antico, solo che al posto delle maschere hai fiches e sguardi che fingono indifferenza. Anche se i casinò diventano ogni giorno più moderni, basti pensare a 22Casino Italian, il gioco cambia pelle, ma non perde mai i suoi riti.
La liturgia delle mani e delle tasche
Le superstizioni da casinò hanno una logica tutta loro, cioè nessuna, ed è proprio questo il loro fascino. C’è chi entra sempre con lo stesso piede, chi evita di contare i soldi in sala come se i numeri potessero offenderli, chi mette una banconota “fortunata” nella tasca interna della giacca e guai a spostarla. Il gesto non vale per quello che fa, vale per quello che promette: ordine in un mondo costruito sul caso.
E poi ci sono le mani. Mani che sfregano le fiches come fossero rosari, mani che soffiano sui dadi prima del lancio, mani che toccano il bordo del tavolo come se fosse legno sacro. In certi casinò, soprattutto quelli storici, questa gestualità è quasi parte dell’arredo, al pari dei lampadari. Ogni giocatore si porta dietro una piccola coreografia, imparata chissà dove, spesso tramandata con più convinzione di una ricetta di famiglia.
Numeri, colori e altre ossessioni rispettabilissime
Il numero 13 è l’ospite indesiderato di mezzo mondo occidentale, e nei luoghi di gioco questa antipatia diventa un tic collettivo. C’è chi lo evita come un debito e chi, per contraddizione, lo insegue proprio perché “nessuno se lo aspetta”. Alla roulette la faccenda si amplifica: i numeri diventano personaggi, alcuni benevoli, altri infidi, altri ancora “miei” senza spiegazione. È un rapporto sentimentale, più che statistico.
Anche i colori fanno la loro parte. Il rosso, tra amuleti e corna portafortuna, gode di una reputazione antica: richiama vitalità, protezione, sangue, fuoco. Non è un caso se a Napoli, dove la scaramanzia è quasi un dialetto parallelo, il rosso si porta addosso senza troppe domande e con un mezzo sorriso. Ma pure chi viene da lontano, appena sente scricchiolare la fortuna, finisce per aggrapparsi a un colore come a una maniglia.
Leggende metropolitane con lo smoking
Ogni casinò ha i suoi racconti, alcuni eleganti, altri più da retrobottega. Il “tavolo caldo” che paga sempre, la sedia maledetta dove chi si siede perde, il croupier che porta sfortuna perché “ha lo sguardo storto”. Sono storie che circolano rapide, come se fossero parte del servizio. E attenzione, non parliamo solo di turisti suggestionabili: capita anche a giocatori esperti di farsi contagiare, magari con finta ironia, giusto per non tentare troppo il destino.
Nei casinò europei più celebri, quelli nati tra Ottocento e belle époque, questa dimensione narrativa è stata spesso alimentata da frequentatori illustri, romanzi, cronache mondane. Il gioco, da sempre, ama vestirsi di mito: dà una dignità teatrale a ciò che, in fondo, è un braccio di ferro con le probabilità.
Perché ci crediamo anche quando diciamo di no
La psicologia ci mette poco a spiegare il meccanismo: quando l’esito è incerto, il cervello cerca un appiglio. Il rituale diventa un interruttore immaginario, un modo per sentirsi meno spettatori e più protagonisti. Non cambia le carte, non addomestica la pallina, non addolcisce i dadi. Però cambia te, e non è un dettaglio: ti calma, ti concentra, ti illude quel tanto che basta per restare composto davanti all’imprevedibile.









