Secondo l’Antimafia avrebbe ordinato omicidi, diretto un clan storico della camorra e continuato a impartire ordini anche dal carcere.
Oggi, al 41-bis, pubblica una raccolta di poesie intitolata “Se dovessi darti un nome ti chiamerei libertà”. È il contrasto, prima ancora dei versi, a colpire nel caso di Vincenzo D’Alessandro.

Esponente di vertice dell’omonimo clan di Castellammare di Stabia, figlio di Michele D’Alessandro, è imputato in procedimenti nei quali la Direzione Distrettuale Antimafia lo accusa di essere stato mandante di quattro omicidi tra il 2008 e il 2009 e di aver retto le redini della cosca di Scanzano. Le accuse sono oggetto di giudizio e la difesa le contesta. Dopo l’arresto nel maggio 2024, è stato trasferito fino all’applicazione del regime di carcere duro.
È dentro questo perimetro che nasce la sua produzione poetica. Nato a Vico Equense e cresciuto a Castellammare, D’Alessandro aveva 24 anni al primo arresto e ha trascorso oltre diciotto anni in carcere. Racconta di aver incontrato in detenzione il suo “Virgilio”, qualcuno che gli disse semplicemente: “Leggi”. Da lì la poesia come compagna di cella e strumento di evasione interiore.
I testi insistono sulla dimensione intima, familiare, spirituale
La raccolta, pubblicata da una casa editrice indipendente, è suddivisa in sezioni dedicate all’amore, alla libertà, ai ricordi e alle riflessioni. I testi insistono sulla dimensione intima, familiare, spirituale. In un passaggio scrive: “Io sono l’alibi della gente perbene”. È una frase che rovescia la prospettiva, suggerendo che il male sociale venga concentrato su figure come la sua. È anche il punto in cui la scrittura smette di essere solo confessione e diventa dichiarazione pubblica.
Il nodo è tutto qui: la poesia come percorso personale o come costruzione narrativa? Perché quando a scrivere non è un detenuto qualsiasi ma un presunto capo clan, il gesto letterario assume inevitabilmente un significato politico e simbolico. La parola produce immagine, e l’immagine incide sulla memoria collettiva.

Non è la prima volta che accade. Raffaele Cutolo pubblicò poesie e testi religiosi durante la detenzione, costruendo una dimensione quasi mistica della propria figura. Aldo Gionta, fondatore dell’omonimo clan di Torre Annunziata, è stato definito “il boss poeta” per le sue composizioni spirituali. In parallelo, l’universo neomelodico ha spesso raccontato o celebrato capiclan attraverso canzoni e videoclip, contribuendo a una narrazione identitaria del potere criminale.
Nel caso D’Alessandro, la frattura tra biografia giudiziaria e lirica amorosa è particolarmente evidente. Nei versi si parla di libertà come esperienza interiore, di memoria come coraggio, di riscatto possibile. Fuori dalla pagina restano le contestazioni di sangue e la leadership di un’organizzazione che, secondo gli inquirenti, ha segnato per decenni un territorio.








