Undici mesi di reclusione che si aggiungono all’ergastolo già in esecuzione. È la nuova condanna inflitta dal tribunale di Cuneo a Umberto Onda, ritenuto esponente di vertice del clan Gionta di Torre Annunziata, detenuto al 41 bis e già condannato al carcere a vita per omicidi commessi tra il 1998 e il 2004 durante la guerra tra clan rivali nell’area oplontina.

Il giudice lo ha riconosciuto colpevole di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale per un episodio avvenuto nel carcere di Cerialdo, nel Cuneese, dove Onda era stato trasferito per un breve periodo nel 2022.

Le minacce nel reparto di massima sicurezza

I fatti contestati risalgono al 23 agosto 2022 (secondo quanto emerso in aula) e si collocano nel reparto di 41 bis, il regime di massima sicurezza. Secondo l’accusa, durante l’ora d’aria Onda avrebbe iniziato ad aprire gli spioncini delle celle per parlare con altri detenuti, comportamento non consentito in quel regime detentivo.

L’intervento di un assistente capo della Polizia Penitenziaria, che lo avrebbe richiamato al rispetto delle regole, avrebbe innescato un diverbio degenerato in insulti e minacce.

In aula, l’agente ha ricostruito così l’episodio:
«Disse che sapeva che sono di Avellino, citando il mio quartiere di provenienza. Aveva detto che sarebbe venuto a prendermi a casa anche quando fossi stato in pensione».

Secondo la testimonianza, il boss avrebbe lasciato intendere che la ritorsione sarebbe potuta arrivare anche a distanza di anni:
«È quando siete in pensione che dovete preoccuparvi di più», avrebbe detto in risposta al richiamo.

Il poliziotto ha inoltre riferito che Onda avrebbe fatto riferimento anche alla famiglia dell’agente, sottolineando di conoscere perfino il suo quartiere di origine, ad Avellino.

Il processo e le richieste dell’accusa

Nel corso del dibattimento, la pm Anna Maria Clemente ha sostenuto che le testimonianze raccolte hanno chiarito la dinamica dei fatti. Il pubblico ministero ha evidenziato che non sono emerse condizioni psichiatriche tali da ridurre la capacità di intendere e di volere dell’imputato, chiedendo una condanna a 16 mesi di reclusione. Il tribunale ha invece inflitto una pena di 11 mesi.

Umberto Onda ha seguito il processo in videoconferenza, dal carcere in cui è attualmente detenuto – oggi si trova a Sassari, sempre al 41 bis – e nelle dichiarazioni spontanee ha respinto le accuse, definendole «menzogne».

Il nodo delle telecamere

Uno dei punti più discussi nel processo ha riguardato le immagini di videosorveglianza. Onda aveva chiesto l’acquisizione dei filmati del carcere, sostenendo che avrebbero potuto chiarire l’accaduto.

Dal penitenziario, però, è stato comunicato che quelle immagini non sono disponibili. La difesa, rappresentata dall’avvocata Mirella Brizio, ha insistito su questo aspetto, sottolineando che in un istituto dove ogni movimento è sottoposto a controllo, l’assenza dei video renderebbe complessa un’attribuzione certa delle responsabilità.

I precedenti e il trasferimento a Cuneo

Nel 2022 Onda era stato trasferito a Cerialdo dopo una permanenza nel carcere delle Vallette di Torino, dove il 4 luglio 2022, un mese prima dell’episodio contestato a Cuneo, avrebbe aggredito un altro agente della Polizia Penitenziaria.

La nuova condanna si inserisce dunque in una vicenda giudiziaria già segnata da un pesante quadro penale. Onda era stato arrestato dai carabinieri nel giugno 2010, dopo tre anni di latitanza. All’epoca era inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi d’Italia ed era ritenuto il reggente del clan Gionta dal 2008 fino alla cattura, avvenuta a Brindisi, appena sceso da un traghetto proveniente dalla Grecia.

Filippo Raiola

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