Mega land grab. Non nascondo che, quando ho letto questa espressione, ho impiegato qualche momento per analizzarla davvero. Istintivamente mi veniva da tradurla come “occupazione”; da napoletano, la prima parola che mi è salita alla mente è stata “rapina”. Ma chi scrive non può permettersi sciatterie, soprattutto quando le parole pesano quanto i fatti. Così mi sono fermato e ho fatto quello che dovremmo fare un po’ tutti prima di parlare: studiare.
Parte dei miei studi li ho svolti all’Orientale di Napoli e tra gli esami più complessi – ma anche più formativi – c’era linguistica generale: una disciplina che richiede quasi la precisione della logica matematica, finalizzata all’analisi, alla scomposizione e alla comprensione delle parole che formano, appunto, le lingue. Tutte, aggiungerei. Anche quelle della politica e del conflitto.
Tornando a mega land grab: si tratta di un’espressione inglese forte e polemica, usata in questo contesto soprattutto da ONG israeliane come Peace Now, per descrivere un’acquisizione massiccia e sistematica di terre percepita come illegittima o predatoria.
In italiano che è una lingua ricchissima, mantenendo il tono critico e l’impatto, le varianti possibili sono diverse:
• «mega accaparramento di terre», la più diretta e letterale;
• «grande furto di terre» o «mega furto di terre», più aggressive e accusatorie;
• «esproprio di massa» o «espropriazione massiccia», più neutre e giornalistiche;
• «grande rapina di terre», formula molto forte che restituisce il senso di presa violenta implicito nel termine grab.
Il punto, in sintesi, è questo:
Il governo israeliano ha approvato domenica 15 febbraio 2026 – per la prima volta dal 1967 – l’avvio della registrazione ufficiale delle proprietà fondiarie in Cisgiordania. La misura, promossa dai ministri Yariv Levin (Giustizia), Bezalel Smotrich (Finanze) e Yisrael Katz (Difesa), prevede uno stanziamento iniziale di circa 244 milioni di shekel (più o meno 60-80 milioni di euro) per il periodo 2026-2030 e potrebbe richiedere decenni per essere completata.
Secondo il governo israeliano si tratta di un intervento tecnico indispensabile per mettere ordine in un sistema catastale considerato caotico, ereditato dall’epoca ottomana, dal mandato britannico e dall’amministrazione giordana, con l’obiettivo di ridurre i contenziosi e garantire «chiarezza legale e sicurezza giuridica».
La registrazione partirebbe dall’Area C, che rappresenta circa il 60% della Cisgiordania ed è già sotto pieno controllo civile e militare israeliano. Qui vivono centinaia di migliaia di coloni israeliani accanto a comunità palestinesi spesso soggette a forti restrizioni edilizie e amministrative.
Ma ONG israeliane come Peace Now, Bimkom e Yesh Din, insieme all’Autorità Palestinese, denunciano un meccanismo che rischia di trasformarsi in un esproprio sistematico di massa. Il nodo centrale riguarda l’onere della prova: chi rivendica un terreno deve dimostrarne la proprietà con documenti formali, spesso difficili o impossibili da reperire per molte famiglie palestinesi, a causa di registrazioni incomplete o perdute nel corso dei decenni.
In assenza di prove ritenute valide, i terreni possono essere classificati come “proprietà statale” e passare sotto il controllo delle autorità israeliane, con possibili destinazioni a usi militari, enti pubblici o espansione degli insediamenti – considerati illegali dal diritto internazionale, ma ritenuti legittimi dal governo israeliano.
«Questo è un mega land grab che consegna quasi tutta l’Area C allo Stato israeliano», ha dichiarato Hagit Ofran di Peace Now, secondo cui Israele potrebbe arrivare a controllare fino all’83% dell’area, pari a circa metà dell’intera Cisgiordania. Bimkom parla di «sistematizzazione della spoliazione», mentre Yesh Din e altre associazioni temono che la misura consolidi la presenza israeliana e renda sempre più irreversibile la frammentazione territoriale palestinese, allontanando ulteriormente la prospettiva di una soluzione a due Stati.
L’Autorità Palestinese ha condannato la decisione definendola una “grave escalation” e una violazione del diritto internazionale. Appelli alla cautela sono arrivati anche da ONU, Unione Europea, governi arabi e, in alcuni casi, da Stati Uniti e Regno Unito, con l’avvertimento che iniziative unilaterali nei territori occupati rischiano di compromettere ogni prospettiva di negoziato.
Il governo Netanyahu respinge le accuse: «Non si tratta di annessione, ma di amministrazione necessaria in una realtà complessa e contesa». I ministri promotori sostengono inoltre che il provvedimento risponde anche alle registrazioni considerate illegali promosse dall’Autorità Palestinese nell’Area C.
Il dossier della terra resta uno dei nodi più delicati del conflitto israelo-palestinese: diritto, storia e politica si intrecciano in ogni decisione amministrativa. In un territorio già segnato dall’espansione degli insediamenti, dalla legalizzazione di alcuni avamposti e dal trasferimento di maggiori poteri amministrativi israeliani, la nuova registrazione potrebbe incidere profondamente sugli equilibri futuri e sul destino di una pace che appare sempre più lontana.
E sullo sfondo resta anche una battaglia linguistica: perché, nei conflitti, le parole non servono solo a raccontare la realtà. Servono anche a definirla. E la parola colonialismo non la possiamo usare, amministrazione necessaria sì.
Da Amman,
Ciro Scuotto









